Notte di fuoco nel Golfo: Washington bombarda, Teheran minaccia pesanti ritorsioni
La fragile tregua diplomatica tra Iran e Stati Uniti sembra essersi dissolta nel giro di pochi giorni, lasciando spazio a una nuova escalation militare e politica che rischia di incendiare nuovamente il Medio Oriente. Mentre il rumore delle esplosioni torna a scuotere le coste iraniane affacciate sullo Stretto di Hormuz, da Teheran arriva una pesante accusa contro Washington: gli Stati Uniti avrebbero violato il Memorandum d’Intesa firmato meno di tre settimane fa, ripristinando le sanzioni sulle esportazioni di petrolio iraniano e colpendo militarmente obiettivi considerati strategici.
Per la Repubblica Islamica non si tratta soltanto di una decisione economica o militare. Il Ministero degli Esteri parla apertamente di una “chiara violazione” dell’articolo 10 dell’accordo sottoscritto tra le parti, accusando l’amministrazione americana di aver dimostrato “malafede” e di aver compromesso qualsiasi residua fiducia costruita nei delicati colloqui diplomatici.
Il ritorno delle sanzioni
Al centro della crisi vi è la decisione del Dipartimento del Tesoro statunitense di cancellare la deroga temporanea che consentiva alcune vendite di petrolio iraniano. Una misura che, secondo Washington, rappresenta una risposta alle recenti azioni attribuite all’Iran contro il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz.
Per Teheran, invece, la revoca delle esenzioni costituisce una violazione diretta degli impegni assunti nel memorandum firmato appena venti giorni fa. Il Ministero degli Esteri iraniano sostiene che la scelta americana dimostri come gli Stati Uniti non abbiano mai avuto la reale intenzione di rispettare gli accordi raggiunti.
Le conseguenze economiche potrebbero essere significative. Il settore petrolifero rappresenta infatti una delle principali fonti di entrate per l’Iran e nuove restrizioni rischiano di aggravare ulteriormente una situazione economica già estremamente delicata.
Raid americani e nuove tensioni militari
Parallelamente allo scontro diplomatico si registra un deciso aumento delle operazioni militari.
Secondo quanto riferito da fonti statunitensi, gli Stati Uniti hanno effettuato una nuova serie di attacchi contro obiettivi iraniani nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Fonti citate da Axios parlano di un’offensiva di dimensioni molto superiori rispetto ai raid effettuati nei giorni precedenti, con una potenza stimata tra quattro e cinque volte maggiore.
Un funzionario americano, parlando con la CNN, avrebbe definito l’operazione una vera e propria “punizione”, aggiungendo che la campagna militare “non finirà presto”.
Parole che alimentano ulteriormente il timore di un conflitto destinato a protrarsi nel tempo, con possibili ripercussioni ben oltre i confini regionali.
Trump avrebbe dato l’ordine durante il vertice Nato
Secondo indiscrezioni pubblicate da Axios, il presidente americano Donald Trump avrebbe autorizzato personalmente gli attacchi mentre partecipava al vertice della Nato.
La decisione sarebbe stata presa al termine di una riunione ristretta con il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario al Tesoro Scott Bessent e il capo degli Stati Maggiori Riuniti, generale Dan Caine.
Lo stesso funzionario americano avrebbe precisato che la Casa Bianca attende ora una valutazione completa dei danni provocati dai bombardamenti prima di decidere eventuali ulteriori operazioni.
Un elemento che lascia intendere come la situazione sia ancora in piena evoluzione e che nuove decisioni potrebbero arrivare nelle prossime ore.
Esplosioni lungo il Golfo Persico
Sul terreno continuano intanto ad arrivare notizie di nuovi bombardamenti.
I media di Stato iraniani riferiscono che diverse esplosioni sono state avvertite sull’isola di Qeshm, nella città di Sirik e nella grande area portuale di Bandar Abbas, tutti punti strategici affacciati sul Golfo Persico e sullo Stretto di Hormuz.
Secondo l’emittente Irib sarebbero state registrate almeno sei esplosioni a Qeshm e sette nella zona di Sirik.
Le autorità iraniane riferiscono inoltre che diverse persone sarebbero rimaste ferite dalle schegge di quello che viene definito un “proiettile nemico” nei pressi del molo commerciale di Sirik.
Al momento non risultano dati ufficiali sul numero complessivo delle vittime né sull’entità dei danni alle infrastrutture.
Teheran promette ritorsioni
La risposta politica dell’Iran non si è fatta attendere.
In un comunicato diffuso attraverso la televisione di Stato, il Ministero degli Esteri ha accusato Washington di aver ripetutamente violato gli accordi sottoscritti e ha annunciato che il Paese adotterà “misure decisive” per difendere la sicurezza nazionale.
Il messaggio è netto: secondo Teheran, gli Stati Uniti saranno ritenuti responsabili delle conseguenze derivanti dalle loro azioni.
Pur senza specificare la natura delle possibili contromisure, il riferimento a “ritorsioni” lascia aperta ogni ipotesi, compresa quella di nuove azioni militari o di ulteriori pressioni sul traffico marittimo nello Stretto di Hormuz.
Il petrolio torna a correre
Le tensioni hanno avuto effetti immediati anche sui mercati internazionali.
Alla riapertura delle contrattazioni il prezzo del petrolio di riferimento statunitense è balzato di oltre il 2,5%, riflettendo i timori degli investitori per eventuali interruzioni delle forniture energetiche.
Lo Stretto di Hormuz rappresenta infatti uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta: attraverso quel corridoio transitano ogni giorno milioni di barili di greggio destinati ai mercati mondiali.
Qualsiasi minaccia alla sicurezza dell’area provoca inevitabilmente forti oscillazioni dei prezzi energetici e aumenta l’incertezza economica internazionale.
Un equilibrio sempre più fragile
La crisi dimostra quanto sia diventato instabile l’equilibrio nell’area mediorientale.
Nel giro di poche settimane si è passati dai tentativi di dialogo alla ripresa delle sanzioni economiche, fino agli attacchi militari e alle minacce di ritorsione.
L’impressione è che il Memorandum d’Intesa, nato con l’obiettivo di ridurre le tensioni, sia ormai profondamente compromesso.
La combinazione tra pressione economica, operazioni militari e crescente sfiducia reciproca rende estremamente difficile immaginare una rapida ripresa del dialogo diplomatico.
Nel frattempo il rischio più concreto resta quello di un progressivo allargamento del conflitto, con possibili effetti sull’intera regione e sull’economia mondiale. In un’area già attraversata da guerre, rivalità geopolitiche e crisi energetiche, ogni nuova esplosione rappresenta un ulteriore passo verso uno scenario che molti osservatori internazionali temevano da tempo: quello di una spirale difficile da arrestare, nella quale diplomazia e negoziati rischiano di lasciare definitivamente il posto alle armi.
