Carta di Assisi, il Rettore Massimiliano Marianelli : “L’Università deve essere al servizio dell’Umano, delle relazioni e della pace”
In occasione della Tavola Rotonda “Università, Ponti di Pace” e della firma della Carta di Assisi, il Rettore Massimiliano Marianelli ha dichiarato: “L’Università deve essere al servizio dell’Umano, delle relazioni e della pace”. Pubblichiamo integralmente il suo intervento, ricco di riflessioni sul ruolo dell’umanesimo, della cultura e della scienza nella società contemporanea.
Testo integrale
TAVOLA ROTONDA
“Università, Ponti di Pace”
Firma della Carta di Assisi
Assisi, 25 febbraio 2026 | Palazzo Bernabei
Buon pomeriggio a tutte e a tutti. Desidero esprimere il mio profondo e sincero ringraziamento per la vostra presenza qui oggi, ad Assisi, all’evento che abbiamo voluto chiamare “Università, ponti di Pace”. Saluto con gratitudine le illustri autorità civili e religiose, le Rettrici e i Rettori, le loro Delegate e i Delegati, i rappresentanti delle Associazioni e tutte le persone che hanno scelto di unirsi a noi in questo primo appuntamento: la vostra presenza non è soltanto un gesto di cortesia istituzionale, ma un atto di condivisione, una scelta che dà già forma e sostanza al cammino che stiamo iniziando insieme.
Questo incontro si inserisce in un percorso che l’Università degli Studi di Perugia ha recentemente avviato, con convinzione e con umiltà: rinnovare l’impegno accademico verso una cultura di pace e verso una scienza al servizio dell’umano. Umano che si esprime essenzialmente in termini di relazioni. Non uno slogan, non una dichiarazione d’intenti affidata alla retorica del momento — ma un cammino concreto, fatto di valori e di scelte autentiche e condivise. Un cammino che, non a caso, prende avvio qui, in questa città, in questo anno.
Siamo ad Assisi nell’ottavo centenario della morte di San Francesco. Otto secoli fa, da questi luoghi, partì una voce che parlò di fraternità al mondo intero — una voce che non alzava muri, ma apriva porte; che non divideva, ma riconciliava. Che costruiva ponti. Un umanesimo incarnato, vissuto, capace di tenere insieme le differenze senza cancellarle, di riconoscere nell’altro non un avversario, ma un compagno di viaggio. È lo stesso umanesimo che, pochi decenni dopo, avrebbe ispirato la nascita dell’università come universitas: comunità di persone e di saperi, spazio universale di relazione, capace per sua origine di superare confini politici, geografici, culturali e religiosi. È lo stesso umanesimo che ispirò il pensiero di Aldo Capitini, anche lui legato a questa straordinaria Terra.
Se guardiamo alla storia del pensiero, troviamo certamente molte “centralità dell’uomo”, anche prima di ciò che chiamiamo Umanesimo. Ma l’umanesimo, come categoria culturale, prende forma nel Rinascimento: in quel momento in cui si rimette l’uomo al centro non solo come tema, ma come compito. Penso a Petrarca, e in ambito più propriamente filosofico a Marsilio Ficino e Pico della Mirandola: una riflessione che riprende Platone e legge l’uomo come mediano tra cielo e terra, capace di elevarsi e di scegliersi. È ciò che qualcuno ha chiamato “umanesimo della cultura”: l’uomo come essere che si forma, si educa, si misura con i classici come maestri di umanità.
Da lì si entra nella modernità: l’uomo diventa soggetto, centro di iniziativa e di conoscenza. Ma poi – e qui accelero – quel soggetto viene messo in discussione. Potremmo dire: dal cogito esaltato al cogito ferito e “umiliato”, fino alla critica dei cosiddetti maestri del sospetto. È un passaggio decisivo: ci ricorda che non basta proclamare l’uomo al centro; bisogna chiedersi che idea di uomo stiamo servendo.
A precedere questa linea di almeno due secoli, come una linfa che fa nascere l’altro Umanesimo storiografico noto come Umanesimo della cultura, quello appunto di Marsilio Ficino, Petrarca, Pico della Mirandola, però, ce n’è un’altra – originaria, originale, più nascosta, più profonda – che io chiamo Umanesimo dello spirito e della cura, che tiene insieme tutte le dimensioni dell’umano. Una linea che, simbolicamente, mi piace far cominciare proprio da Francesco d’Assisi (1181/82–1226): perché lì l’umano non è innanzitutto “dominare”, ma custodire; non è “imporsi”, ma prendersi cura; non è “possesso”, ma relazione. E attorno ad Assisi nasce anche una “fabbrica” culturale straordinaria: spiritualità, arte, poesia, immagini che educano lo sguardo – penso a Giotto, e penso a Dante. Quel sommo poeta il cui pensiero, attraverso Cino da Pistoia – maestro di Bartolo da Sassoferrato, tra i più insigni giuristi del Medioevo e illustre docente dell’Università degli Studi di Perugia – giunse a irradiarsi nel nostro antico Ateneo, lasciandovi un’impronta duratura. È come se l’umanesimo della cultura avesse un cuore nascosto: un umanesimo della cura dell’umano, della fragilità, dell’altro, del creato.
E poi, andando avanti, la contemporaneità ha persino sospettato della parola “umanesimo”. Perché ogni “-ismo” può diventare ideologia: qualcosa di statico, che irrigidisce la vita. È il dibattito che attraversa testi celebri: da Sartre (L’esistenzialismo è un umanismo) fino a Heidegger (Lettera sull’umanismo). E il punto, in fondo, è questo: se “umanesimo” è solo una bandiera culturale, rischia di non dire più niente. Se invece è una domanda aperta, allora può tornare a essere vitale.
Ecco perché, quando io dico “umanesimo”, non intendo solo una stagione storica da manuale. Intendo un senso dell’umano. E qui mi accompagna una voce decisiva: Simone Weil, che ci insegna a pensare l’umanesimo non come etichetta, ma come capacità di riconoscerci nelle gioie e nei dolori che sono dell’umanità intera. Un umanesimo come condivisione profonda, come attenzione reale, come responsabilità.
In questa prospettiva anche la cultura resta fondamentale, certo. Ma non come esibizione: come ponte. E, dentro l’orizzonte umanistico, penso anche a Niccolò Cusano (1401–1464), quando apre la via a un umanesimo del dialogo, dell’ascolto, dell’incontro tra differenze – un umanesimo che non chiude, ma apre.
E se oggi siamo qui, a parlare di Intelligenza Artificiale, è perché questa domanda torna davanti a noi con forza nuova: chi è l’uomo?
Nell’orizzonte appena descritto nacque, nel 1308, l’Università degli Studi di Perugia. E in quell’orizzonte, oggi, ci ritroviamo con le Università che hanno voluto intraprendere con noi questo cammino.
È per questo che abbiamo voluto riunire qui, ad Assisi, Rettrici, Rettori e rappresentanti di Atenei italiani e internazionali: per dialogare e per sottoscrivere insieme ciò che abbiamo chiamato la Carta di Assisi.
La Carta, che abbiamo condiviso con i Rettori e i delegati presenti, individua innanzitutto dei principi fondanti: dall’università come spazio relazionale alla pace come processo formativo, dalla responsabilità della conoscenza alla salvaguardia dell’umano. Ma impegna anche gli Atenei firmatari ad azioni concrete: l’istituzione di corsi e cattedre sui temi della pace, la costituzione di centri di studio, lo sviluppo di reti internazionali di ricerca e dialogo. Non parole. Valori. Impegni. Responsabilità che ci assumiamo di fronte alla storia e, cosa ancor più importante, di fronte alle generazioni che verranno. Che ci assumiamo nella riscoperta della nostra vocazione originaria: la scienza, nella sua accezione più ampia, al servizio dell’Umano. Al servizio quindi di relazioni positive e propositive, della cura dell’altro, dell’unità nella diversità, dell’inclusione e dell’accoglienza.
L’incontro di oggi è dunque il primo passo di un cammino condiviso — un cammino che, siamo certi, ci porterà lontano, allargandosi ad altri orizzonti, ad altre università, ad altri Paesi.
Daremo la parola ai colleghi Rettori e alle colleghe Rettrici — ciascuno portatore di una storia, di una tradizione, di una responsabilità. E, insieme, daremo voce e corpo a questo progetto.
Grazie.
