Ucraina, la pace possibile passa dal nodo territoriale: il 2026 si apre con una scelta inevitabile

Pace? Non ancora. Il 2025 si chiude con la guerra in Ucraina e il 2026, salvo colpi di scena, si aprirà nello stesso modo. Il vertice di Mar-a-Lago tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky ha però certificato un dato ormai difficile da ignorare: il negoziato esiste, è avanzato, ma si scontra con la realtà del terreno.

«Abbiamo fatto grandi progressi, l’accordo è pronto al 95%», hanno dichiarato Trump e Zelensky al termine dell’incontro. Quel 5% residuo, però, pesa come un macigno. Dentro ci sono i territori occupati, a partire dal Donbass, la centrale nucleare di Zaporizhzhia e le garanzie di sicurezza per Kiev. Proprio quei dossier che, dall’inizio del conflitto, rappresentano il cuore politico e simbolico della guerra.

Il presidente americano, prima di incontrare Zelensky, ha parlato a lungo con Vladimir Putin. Un passaggio che non è solo protocollo diplomatico: senza il consenso del Cremlino, qualsiasi ipotesi di pace resta teorica. Da Mosca il messaggio è arrivato chiaro, attraverso il consigliere Yuri Ushakov: un semplice cessate il fuoco non basta, perché congelerebbe il conflitto senza risolverlo. Serve una soluzione di lungo periodo, e questa – nella visione russa – passa da una “decisione coraggiosa” di Kiev sul Donbass.

Trump non lo ha nascosto: il tema dei territori è centrale e, secondo la sua lettura, il tempo non gioca a favore dell’Ucraina. «Gli ucraini potrebbero perderli comunque», ha osservato, lasciando intendere che un accordo ora potrebbe essere meno oneroso di una resa forzata domani. È un approccio pragmatico, che guarda ai rapporti di forza più che ai principi, ma che sta diventando dominante nei colloqui.

Zelensky era arrivato in Florida convinto di essere vicino al traguardo. Il suo obiettivo restava limitare le concessioni territoriali, ottenere garanzie di sicurezza solide – possibilmente ratificate dal Congresso americano – e mantenere un controllo pieno su Zaporizhzhia. Ma il confronto con Trump ha mostrato quanto lo spazio di manovra sia ristretto. La pressione perché Kiev accetti lo stato dell’arte militare è evidente, anche se non formulata come ultimatum.

In questo quadro, anche il ruolo europeo appare ridimensionato. Francia e Polonia continuano a sostenere Kiev politicamente e militarmente, ma la partita decisiva si gioca altrove. Washington e Mosca discutono tempi e modalità dell’uscita dal conflitto, mentre agli alleati resta il compito di garantire – almeno nelle intenzioni – sicurezza e sostegno economico nel dopoguerra.

Il punto è politico prima ancora che militare. Per la leadership ucraina, accettare una cessione territoriale significherebbe ammettere che la guerra non ha prodotto il risultato sperato. Ma il negoziato di Mar-a-Lago suggerisce che il realismo sta lentamente prendendo il posto della retorica. Non per scelta, ma per necessità.

Se il 2026 dovrà essere l’anno della fine della guerra, la strada passa da una decisione difficile: riconoscere che il conflitto non può essere chiuso senza concessioni sostanziali. Tutto il resto – garanzie, ricostruzione, integrazione europea – verrà dopo. Ma senza quel passaggio, la pace resterà una formula da conferenza stampa, non un fatto.