Quando i media scelgono: il fenomeno dell’endorsement e il suo possibile ruolo anche in Italia
In occasione delle elezioni presidenziali statunitensi, è prassi consolidata che le principali testate giornalistiche esprimano apertamente il loro appoggio a uno dei candidati in corsa. Si chiama endorsement, una dichiarazione pubblica, spesso affidata all’editoriale di prima pagina, con cui un quotidiano o una rivista indica ai propri lettori quale figura ritiene più idonea a guidare il Paese. Una pratica diffusa e considerata parte integrante del pluralismo dell’informazione negli Stati Uniti, ma che in Italia resta pressoché inesistente. Eppure, potrebbe avere senso anche da noi?
L’endorsement, una consuetudine americana
Negli USA, quotidiani del calibro del New York Times, del Washington Post o dell’Arizona Republic non hanno mai nascosto le loro simpatie politiche, soprattutto in prossimità delle elezioni. Non si tratta di propaganda occulta, bensì di una presa di posizione trasparente e motivata, frutto della linea editoriale del giornale. L’endorsement viene spiegato ai lettori con argomentazioni precise: curriculum, programmi, credibilità e visione del candidato vengono analizzati e confrontati con quelli degli sfidanti.
In alcuni casi, l’appoggio dichiarato a un candidato ha persino suscitato scalpore: nel 2016, il conservatore USA Today ruppe una tradizione lunga 34 anni per sconsigliare apertamente l’elezione di Donald Trump, pur senza indicare un’alternativa diretta.
E in Italia?
Nel nostro Paese, la stampa ha spesso un orientamento politico riconoscibile, ma raramente dichiara apertamente l’appoggio a un leader o a un partito. La cultura editoriale italiana privilegia una forma di sottinteso: il lettore attento coglie le simpatie tra le righe, ma l’endorsement esplicito resta un tabù. Perché?
Le ragioni sono culturali e storiche. In Italia, il giornalismo si è sempre mosso tra due poli: l’idea di un’informazione obiettiva e neutrale, e quella di una stampa militante. In questo contesto, un endorsement rischierebbe di essere percepito più come una forzatura o una mancanza di imparzialità, anziché come una presa di posizione trasparente.
Un’opportunità per la democrazia?
Eppure, un’apertura verso questa forma di comunicazione potrebbe offrire vantaggi in termini di chiarezza e responsabilità editoriale. Dichiarare un endorsement significherebbe uscire dall’ambiguità, assumere una posizione consapevole e, al tempo stesso, offrire al lettore una chiave di lettura ulteriore, senza rinunciare alla qualità dell’informazione.
Naturalmente, la condizione imprescindibile sarebbe mantenere distinta la linea editoriale dalle notizie: i fatti restano tali, mentre l’opinione – se espressa – deve essere segnalata come tale. Un modello che nei Paesi anglosassoni funziona da decenni.
In un’epoca in cui la fiducia nei media è messa alla prova dalla disinformazione e dalla polarizzazione, un endorsement trasparente e ben argomentato potrebbe rappresentare un segnale di maturità del sistema dell’informazione italiano. Forse non è ancora tempo, ma la riflessione è aperta: i giornali devono solo raccontare, o possono – e devono – anche partecipare?
