Michele Zappino: una vita scolpita in dieci lustri di passione per l’arte
La celebrazione dei 50 anni dell’attività artistica del maestro Michele Zappino è stata contrassegnata da una sorprendente partecipazione di pubblico e da intense emozioni. La sua esperienza artistica e umana testimonia l’eredità dei valori classici e il profondo legame con le sue origini. Il luogo dove sorge lo studio-museo a Zungri, genius loci dell’ispirazione di Zappino, rappresenta la realizzazione di un sogno a lungo coltivato. L’auspicio dell’artista è che in futuro potrà essere collegato al sito delle grotte, affinché arte, natura e umanità possano incontrarsi per ritornare ad essere specchio di una imperitura bellezza da cui trarre nuova linfa estetica, sensibilità umana e spirituale per le nuove generazioni. L’iniziativa è stata organizzata in collaborazione con la Pro Loco e l’Amministrazione comunale di Zungri.


È stata sicuramente una sorpresa per il maestro Michele Zappino vedere tantissima partecipazione di amici, appassionati e conoscenti che hanno omaggiato i 50 anni della sua attività artistica. Emozioni, sentimenti, testimonianze di affetto e di stima sono emersi nel corso della celebrazione (organizzata dalla Pro Loco in collaborazione con l’Amministrazione comunale di Zungri). L’incontro si è svolto in località “Chiusa” a Zungri (13 agosto), dove Zappino ha realizzato lo studio-museo. Un luogo che ha ispirato il percorso artistico, culturale e umano di quest’uomo che non si aspettava un intenso e autentico abbraccio collettivo. Probabilmente una esperienza che si porterà dentro come l’opera più importante che un artista possa lasciare ai posteri:
“Mi emoziono soltanto a vedervi – ha confessato Zappino con le lacrime che bagnavano gli occhi. – Mi auguro che questo ambiente possa diventare uno studio-museo aperto a tutti e in futuro sia collegato all’insediamento rupestre.”
Queste semplici parole hanno risuonato con la loro verità umana e con la passione che si portano dentro di fronte ad un mosaico di persone, di sculture e paesaggi il cui disegno faceva apparire una visione di altri tempi: natura, arte e umanità, si sono fusi in una scenografia capace di evocare e convocare valori estetici che ormai sembravano perduti. Ed è con questo spirito che Zappino, dopo la commozione iniziale, ha sentito il bisogno di ripercorrere la sua esperienza e il legame profondo con quel luogo:
“In questo terreno, quando ero bambino qui pascolavano le mucche e poi ho costruito questo studio che è stato definito il più bel studio da Roma in giù, grazie ai miei sacrifici e impegni. Adesso mi sento gratificato. Ho avuto spirito, volontà, amore di raccogliere tutte le mie sculture. Nella vita di un artista succede che le opere siano sparse. E arriva il momento in cui si sente il bisogno di poterle vedere tutte insieme, come fossero dei figli. Ci sono anche delle sculture di quando ero in terza media. E sono delle pietre che ho scolpito quando ho conosciuto il mio primo maestro, Reginaldo D’Agostino, professore e artista originario di Spilinga che mi ha dato il primo insegnamento. Sono felice di aver realizzato questo ambiente perché ogni volta che sono a Milano o altrove penso a Zungri.”


Per l’uomo e l’artista il luogo dove ha edificato il laboratorio e la sala di esposizione ha rappresentato il suo genius loci, il legame con le memorie ataviche della sua famiglia. Durante i periodi di assenza, ad attenderlo la sua storia, le sue origini, i suoi ricordi infantili, i suoi sogni, le sue prime esperienze con la scultura che lo ha portato in giro per il mondo, ma sempre con “un villaggio vivente nella memoria nel cuore”, come aveva profetizzato l’antropologo Ernesto De Martino nel 1959, le cui parole sono il perfetto viatico contro il consumismo e il globalismo che dagli anni ‘70 imperano incontrastati, il cui progetto è quello di cancellare le identità culturali e le impronte della biodiversità naturale locale che hanno permesso all’umanità di riconoscersi nella ricchezza delle esperienze evolutive. Le parole di De Martino sono state gli anticorpi contro gli attuali “non luoghi” prefigurati e descritti da Marc Augé, a partire dagli anni ’90:
“Coloro che non hanno radici, che sono cosmopoliti, si avviano alla morte della passione e dell’umano: per non essere provinciali occorre possedere un villaggio vivente nella memoria a cui l’immagine e il cuore tornino sempre d nuovo” (Ernesto De Martino, L’etnologo e il poeta, in Albino Pierro, 1959).


Il maestro Zappino, come ha ricordato, è ritornato non solo con il cuore. Adesso anche con tutte le sue opere che i tanti visitatori hanno potuto ammirare e che chiunque, in futuro, potrà farlo: il progetto sarà quello di dare vita ad una mostra permanente affinché tutti possano venire a contatto con la bellezza che l’arte riesce a suscitare.
Ed è stato questo il leitmotiv degli interventi che hanno, come tante tessere, disegnato e scolpito la personalità di Michele Zappino. Ad introdurre e presentare gli ospiti Eugenio Sorrentino (presidente della Pro Loco di Zungri). Nel suo intervento iniziale in primo luogo ha espresso un sentimento di gratitudine verso il maestro e la sua famiglia per il prezioso dono che hanno voluto offrire alla comunità e al territorio come momento di partecipazione, condivisione e convivialità. Poi Sorrentino ha messo in luce un aspetto molto importante dell’attività di Zappino: il rapporto con le sue origini, dove storia, arte, natura e umanità adesso si integrano meravigliosamente. Lo ha ribadito il sindaco Franco Galati, per l’inestimabile contributo che Zappino ha dato a Zungri. E soprattutto, il valore e l’importanza della sua produzione artistica in un progetto futuro di collegamento con le grotte. E ancora le emozionanti parole di un poeta come quelle di Pippo Prestia, il quale ha esordito esprimendo il suo imbarazzo a delineare il profilo di un uomo come il maestro Zappino, personaggio con delle doti umane e artistiche non comuni: “Essere qui per me è qualcosa di eccezionale, e tutte le volte che lo incontro con il suo sguardo, è come un’opera che ha realizzato su se stesso”. Parole, queste, che hanno suscitato commozione sul volto di Zappino. Il poeta Prestia ha poi fatto un ritratto inedito di Michele Zappino, sia come docente all’Accademia delle Belle Arti di Brera a Milano (a sua volta allievo del grande artista Francesco Messina), e sia per la sua umanità e generosità.
Le attestazioni e le testimonianze sono state diverse, come quella di mons. Giuseppe Fiorillo, che ha voluto accostare la grande folla che ha onorato il maestro con la folla delle tante opere realizzate. Si sono incontrati tante volte, ha rammentato, attraverso un comune amico, il compianto vescovo Domenico Cortese che aveva una grande stima dell’artista e dell’uomo. Mons. Fiorillo ha rievocato l’aneddoto che risale alla realizzazione della Chiesa di Gesù Salvatore a Vena di Ionadi, quando il vescovo Cortese, in un incontro gli confidò: “Don Peppino, nella chiesa di Gesù Salvatore per completare l’opera ed esaltare la sua bellezza ci deve essere il genio di Michele”. E l’arte – ha affermato il sacerdote – “si è espressa attraverso il Cristo accogliente, il Cristo che abbraccia. Possiamo dire, ha spiegato, che questo Cristo che abbraccia, io lo interpreto come il Cristo Pantocratore.”
A delineare il suo percorso artistico, Giuseppe Cinquegrana (docente, scrittore di saggi di taglio storico-antropologico). In primo luogo ha messo in luce la sua poetica e la visione estetica nel realizzare alcune opere di ispirazione religiosa. Ma in generale la sua arte, ha sottolineato, è caratterizzata da una connotazione antropologica che si esprime attraverso i canoni classici e la ricerca delle strutture profonde con cui si manifestano le origini dell’uomo e le tradizioni culturali. L’analisi di Cinquegrana ha inoltre focalizzato l’attenzione sulla scultura del crocifisso all’ingresso di Zungri, che lo ha definito come il “Cristo dei contadini”.
Ancora l’intervento di Franco Pagnotta (giornalista e scrittore) ha contribuito ad arricchire il profilo umano e artistico di Zappino. Al primo posto il sentimento di amicizia che si è rafforzata nel tempo; poi ha messo in luce la generosità di Zappino, virtù che – come ha spiegato Pagnotta – trae dalle sue origini, dai valori profondi che ha coltivato, come l’onestà e la condivisione, e che si sono tradotti nella bellezza delle sue opere attraverso l’armonia, l’equilibrio e la proporzione delle forme.


A rendere omaggio al maestro Zappino anche il direttore del Museo Civico di Taverna, Giuseppe Valentino, insieme ad altre personalità che hanno voluto esprimere il riconoscimento per la sua opera umana oltre che artistica, come lo psichiatra Francesco La Torre e l’appassionato di arte Annunciato Larosa.
Molto opportune le parole lette da Mariella Gentile, architetto, come suggello finale al ritratto che è stato tracciato del maestro Zappino. Memore delle ore passate sui banchi di scuola del liceo artistico, la Gentile è stata colpita dall’intervento di un allievo inserito nel catalogo, Giovanni Vincenzo Massara, perché mette in luce la capacità maieutica del maestro Zappino di trasferire le sue conoscenze tecniche e artistiche, ma anche le sue doti umane, ai suoi allievi. Per la Gentile, le parole di questo allievo esprimono la vera essenza di Zappino:
“Michele Zappino ha insegnato per molti anni all’accademia di belle arti di Brera a Milano dal 72 al 2007. Sono stato suo allievo e come tanti allievi osservavo la sua tecnica con ammirazione e voglia di imparare cercando di capire come lavora lo scultore. A differenza di alcuni professori, Zappino coinvolgeva e metteva entusiasmo ai suoi allievi, ci rendeva partecipi, sia in accademia, sia nel suo studio, che in fonderia. In lui vedevo non solo un insegnante, ma l’amico. L’uomo e il padre. Ci invitava spesso nel suo studio, per fare esperienze dirette, interessanti e determinanti per la nascita della nuova scultura che voleva realizzare, dandoci suggerimenti importanti nel disegno e nella modellazione. Aspettavo con entusiasmo le sue dimostrazioni perché ci offriva quell’umiltà che lo ha sempre contraddistinto, emozioni importantissime per la nostra formazione. Il genio di un artista si percepisce attraverso le sue opere, e quello di Zappino è davvero grande, e ha saputo esprimerlo plasmando vari materiali, creta, gesso, marmo, bronzo, e non solo. Ha un linguaggio che evoca sentimenti intensi trasmettendo la forza, il pathos, la preghiera. E il suo stile denota una impareggiabile eleganza armonica. Zappino è un uomo un po’ schivo ma profondo e solare nello stesso tempo. Pure essendo un artista di fama internazionale non ha mai dimenticato le sue origini, la sua Zungri immersa nella natura e anche questo traspare nelle sue opere in cui vengono esaltati il bello e il sentimento. A noi allievi ha dato moltissimo. Ci ha insegnato (…) il tocco deciso che occorre nella modellazione di una scultura. Il talento del professor Zappno è innato, così la sua determinazione, la sua volontà e la sua passione lo rendono tale. (L’allievo e poeta Giovanni Vincenzo Massara ).


Ad accompagnare i visitatori nella scoperta delle opere d’arte le atmosfere musicali, sia all’esterno che dentro lo spazio espositivo, create dai flauti di Lucia Fiammingo e Annalisa Raffa. Osservando le opere esposte nello studio e quelle disseminate nel giardino, si possono cogliere alcuni elementi estetici ricorrenti nell’arte del maestro Zappino. In primo luogo la tensione dinamica che contrassegna la plasticità delle forme. E non a caso la fattura di queste sculture tradisce una profonda fedeltà alla sua matrice interiore di ispirazione classica. Si intuisce, ad esempio, l’incontro tra la terra e il cielo, tra la materia plasmata e il linguaggio del mistero che genera l’arte; tra la bellezza che l’uomo è in grado di attingere ed esprimere e quella che scaturisce dall’incontro con le forme e la materia della natura. In questo rapporto, emerge come Michele Zappino abbia coniugato il principio ideale della bellezza classica con la tensione che attraversa l’uomo contemporaneo, smarrito e inquieto, che si porta dentro l’enigma amletico se essere o non essere, conteso quindi tra la debole luce di un sogno che appare sempre più remoto, e l’incendio che divampa e acceca sprigionando il delirio di onnipotenza nell’uomo, attraverso l’uso sempre più incontrollato della tecnica. Ma ci sono dei valori che raccontano le sue istanze archetipiche, che danno forma alla matrice antropologica ed estetica, che lo riportano a riconquistare la centralità antropologica, testimoniati dai tanti nudi di donna in cui si esalta l’armonia delle forme, l’equilibrio delle misure (come segno di un ordine antico e arcano in cui l’uomo ritrova l’umana misura), e non si spinge oltre, consapevole che esiste una sacralità che non può essere oltraggiata, come si racconta nel mito di Prometeo ricodificato in modo geniale nella prefigurazione dell’Ulisse dantesco (XXVI canto dell’Inferno), dove l’eroe omerico assetato di “virtute e canoscenza” si spinge oltre le Colonne d’Ercole con il folle volo verso la catastrofe. L’arte del maestro Zappino si può configurare come una sorta di ideale slancio che dall’età classica percorre i secoli e approda in una terra che ancora conserva le le radici e le impronte magnogreche. Attraverso una interpretazione simbolica, si evince che la nudità si declina con la verità dell’uomo: dietro il nudo corpo si mostra la nudità dell’anima, il desiderio di innocenza ma anche la fragilità dell’umanità di fronte alle vicissitudini del mondo, che ferisce e dissacra in modo inesorabile quella innocenza, o la copre con infamanti indumenti; ma nel momento in cui si scopre, mostra la sua menzogna e quindi partorisce la verità. Un richiamo, in altre parole, al linguaggio mitico-simbolico del peccato originale e all’oltraggio verso la divinità a causa dell’inganno, che codifica il linguaggio attuale delle tante sirene mediatiche ispirate dagli “dèi falsi e bugiardi”. Dietro le forme e i valori espliciti è necessario sempre leggere i messaggi impliciti, quelle strutture invisibili (occulte) che danno vita a quelle visibili, come l’energia fotonica che sprigionano gli elettroni nella microstoria degli atomi, le particelle elementari che non possiamo né vedere né misurare e che sfuggono ad ogni controllo. D’altronde la parola “verità” nell’etimo greco, aletheia, significa proprio far venire alla luce ciò che è nascosto; e quindi si coniuga con il parto maieutico a sua volta legato al mistero del creato e della creazione. Lo aveva intuito Albert Einstein che l’arte e la scienza sono collegate al mistero che circonda il creato:
“La cosa più lontana dalla nostra esperienza è ciò che è misterioso. È l’emozione fondamentale accanto alla culla della vera arte e della vera scienza. Chi non la conosce e non è più in grado di meravigliarsi, e non prova più stupore, è come morto, una candela spenta da un soffio… (A. Einstein, Il mondo come io lo vedo, 1934)
Ed è la “meraviglia” il principio della conoscenza secondo la visione filosofica di Aristotele:
“Che cosa non sia una scienza produttiva, risulta anche a partire da quanti per primi ricercarono il sapere: a causa della meraviglia infatti gli esseri umani, sia ora che per la prima volta, hanno cominciato a ricercare il sapere, all’inizio meravigliandosi per le aporie a portata di mano, in seguito procedendo a poco a poco nello stesso modo, sviluppando aporie anche a proposito di cose più importanti, quali le fasi della luna, e <i fenomeni> riguardanti il sole e le stelle, e a proposito dell’origine dell’universo. Chi si pone problemi e si meraviglia, ritiene di essere ignorante (perciò l’amante del sapere è anche in qualche modo amante del mito, poiché il mito è composto di cose che destano meraviglia); di conseguenza se <gli esseri umani> ricercarono il sapere per fuggire l’ignoranza, è chiaro che perseguirono la scienza a causa del sapere e non in vista di qualche utilità”(Aristotele, Libro primo della Metafisica, IV secolo a.C.).
