Dalla rimozione quotidiana della placca alla detartrasi, conoscere ciò che accade sulla superficie dei denti aiuta a proteggere gengive, smalto e salute della bocca
Guardarsi allo specchio e vedere denti apparentemente puliti non racconta tutto ciò che sta accadendo nel cavo orale. Negli spazi interdentali, lungo il margine gengivale e nelle zone più difficili da raggiungere può accumularsi un biofilm invisibile a un’occhiata frettolosa, ed è proprio dalla sua gestione quotidiana che comincia una buona igiene orale.
Poche ore dopo avere lavato i denti, sulla loro superficie comincia nuovamente a organizzarsi il biofilm orale. Non si tratta semplicemente di residui di cibo incollati allo smalto, bensì di una comunità complessa di microrganismi immersi in una matrice che aderisce alle superfici dentali e che, se non venga disturbata regolarmente attraverso una corretta pulizia, tende a maturare e ad accumularsi soprattutto nelle zone meno raggiungibili dallo spazzolino.
È la placca, dunque, il bersaglio principale dell’igiene quotidiana. Quando rimane a lungo sulla superficie dei denti, alcune sue componenti possono mineralizzarsi grazie ai sali presenti nella saliva, trasformandosi progressivamente in tartaro. A quel punto lo spazzolino non basta più, perché il deposito indurito aderisce alla superficie e necessita di strumenti professionali per essere rimosso.
Non tutti i depositi si formano con la stessa velocità. Composizione della saliva, posizione dei denti, affollamento dentale, tecnica di spazzolamento, presenza di apparecchi ortodontici, protesi e caratteristiche individuali fanno sì che due persone con abitudini apparentemente simili possano arrivare alla visita con quantità di tartaro molto differenti, mentre persino all’interno della stessa bocca alcune zone risultano più predisposte di altre, come accade vicino agli sbocchi delle ghiandole salivari e negli spazi in cui la pulizia risulti più complicata.
Il problema non riguarda soltanto l’estetica. Un accumulo persistente di biofilm lungo il margine gengivale può favorire l’infiammazione dei tessuti, con arrossamento, gonfiore e sanguinamento. Quando il fenomeno viene ignorato a lungo, in soggetti predisposti può instaurarsi una malattia parodontale più profonda, che coinvolge i tessuti di sostegno del dente.
Pulire bene, quindi, non significa soltanto ottenere denti che appaiano più lucidi. Significa interrompere regolarmente l’organizzazione del biofilm prima che possa rimanere indisturbato abbastanza a lungo da creare problemi.
Quando il tartaro si è già formato, non è realistico pensare di eliminarlo insistendo più energicamente con lo spazzolino. Durante una seduta di igiene orale professionale vengono invece valutate le condizioni dei denti e delle gengive e, in base alla situazione riscontrata, si procede alla rimozione dei depositi molli e mineralizzati attraverso strumenti manuali oppure apparecchiature ultrasoniche, che trasmettono rapide vibrazioni alla punta operativa e consentono di staccare il tartaro aderente alle superfici dentali.
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Gli strumenti ultrasonici non “limano” normalmente lo smalto nel modo in cui talvolta si teme. La loro funzione consiste nel favorire il distacco dei depositi attraverso vibrazioni controllate e irrigazione, mentre gli strumenti manuali consentono di lavorare con precisione su zone selezionate. Secondo le raccomandazioni cliniche del Ministero della Salute, nella terapia meccanica possono essere impiegati strumenti manuali, sonici e ultrasonici per la rimozione di placca e tartaro sopra e sotto il margine gengivale.
Dopo avere eliminato i depositi, può essere eseguita la lucidatura delle superfici. In alcuni casi vengono impiegati sistemi che proiettano acqua, aria e polveri specifiche per rimuovere pigmentazioni superficiali, con modalità scelte in funzione della situazione clinica. Non si tratta però dello stesso procedimento dello sbiancamento dentale: togliere macchie esterne dovute, per esempio, a caffè, tè o fumo può restituire il colore naturale della superficie, ma non modifica necessariamente la tonalità intrinseca del dente come farebbe un trattamento sbiancante.
Durante una seduta ben condotta non conta soltanto ciò che viene eliminato, perché altrettanto utile è individuare le zone in cui la placca tende a riformarsi più facilmente, capire se la tecnica domiciliare raggiunga davvero ogni superficie e scegliere gli strumenti più adatti agli spazi interdentali, soprattutto quando siano presenti recessioni gengivali, ponti, impianti o denti non perfettamente allineati.
Dopo la pulizia può comparire per un breve periodo una maggiore sensibilità, soprattutto se erano presenti molto tartaro, recessioni o superfici radicolari esposte.
Uno spazzolino usato con regolarità rimane il protagonista dell’igiene quotidiana, ma non riesce sempre a pulire con la stessa efficacia ogni punto della bocca. Fra un dente e l’altro, sotto un ponte oppure attorno a determinate riabilitazioni, lo spazio disponibile cambia e con esso dovrebbe cambiare anche lo strumento utilizzato, affinché la rimozione della placca non si limiti alle superfici che si vedono facilmente davanti allo specchio.
La tecnica conta almeno quanto il numero delle volte in cui ci si lava i denti. Muovere rapidamente lo spazzolino avanti e indietro esercitando molta pressione può lasciare depositi nelle zone più difficili e, nello stesso tempo, traumatizzare i tessuti superficiali; molto più utile è che tutte le aree vengano raggiunte con movimenti controllati e che si dedichi attenzione al margine gengivale, ai denti posteriori e alle superfici interne, che spesso ricevono meno cura rispetto a quelle anteriori.
Il Ministero della Salute indica lo spazzolamento almeno due volte al giorno fra le misure utili per prevenire la gengivite. Una regola semplice, ma che da sola non racconta la qualità del gesto.
Fra gli strumenti utilizzabili per completare la pulizia troviamo:
Particolare attenzione merita il diametro dello scovolino. Se troppo piccolo, può attraversare lo spazio senza detergere efficacemente le superfici laterali dei denti; se esageratamente grande, invece, può traumatizzare la gengiva o risultare difficile da utilizzare. Per questo, quando gli spazi abbiano dimensioni molto differenti, può essere necessario utilizzare più misure nella stessa bocca.
Più gesti diversi, insomma, lavorano insieme. Pretendere che un solo strumento faccia tutto porta quasi sempre a trascurare qualche zona.
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