Dongo appartiene alla storia. Ceuta, Dover e la Sassonia-Anhalt appartengono al presente. E forse è proprio questa la distanza che oggi la politica italiana dovrebbe interrogarsi a colmare.
A Cernobbio Elly Schlein ha scelto di rivolgersi a Roberto Vannacci evocando Dongo: «Visto che Vannacci è da queste parti, gli suggerirei di andare a fare visita a Dongo per ricordarsi la fine della storia di cui sembrano tanto nostalgici». Poi ha rincarato, ricordando la dittatura, le deportazioni, le leggi razziali e la collaborazione con Hitler.
Il riferimento storico è chiaro. Ma il problema politico è un altro: ogni volta che una parte crescente dell’elettorato manifesta paura, rabbia, insofferenza o dissenso, basta evocare il fascismo per chiudere la discussione?
È questa la domanda che l’Italia dovrebbe porsi.
Perché mentre il dibattito politico nazionale torna continuamente al 1945, l’Europa sta vivendo un’altra stagione. Una stagione nella quale milioni di cittadini discutono di immigrazione, sicurezza, confini, salari, casa, servizi pubblici, identità, futuro delle comunità e fiducia nelle istituzioni.
Questioni che possono essere affrontate con argomenti, numeri e politiche concrete. Ma che non possono essere semplicemente cancellate appiccicando l’etichetta di “fascista” a chi le solleva.
La storia del fascismo non si cancella e non si relativizza. Le leggi razziali, le deportazioni, la dittatura e la guerra appartengono alle pagine più drammatiche della storia italiana. E ricordarle è un dovere.
Ma proprio perché la storia va conosciuta, dovrebbe essere utilizzata per comprendere il presente, non come una clava per evitare di affrontarlo.
Il rischio è che il continuo ricorso al fascismo produca l’effetto opposto a quello desiderato: trasformare ogni confronto politico in una contrapposizione morale tra “buoni” e “cattivi”, impedendo di capire perché una parte sempre più consistente degli elettori si sposti verso forze considerate radicali.
Vannacci può essere contestato. L’AfD può essere contestata. Le forze populiste possono essere contestate. E devono essere giudicate per ciò che propongono.
Ma un sistema democratico maturo dovrebbe essere abbastanza forte da discutere con i propri avversari senza doverli necessariamente trasformare nei fantasmi del passato.
Perché il punto non è stabilire chi sia il nuovo Mussolini.
Il punto è capire perché tanti cittadini non si riconoscono più nella politica tradizionale.
La scena di Dover è difficile da ignorare.
Centinaia di manifestanti anti-immigrazione, molti con il volto coperto e vestiti di nero, hanno bloccato le strade di accesso al porto britannico scandendo “Stop the boats”. La protesta ha provocato pesanti disagi alla circolazione e al traffico dei traghetti. Il governo britannico ha condannato il blocco e il porto è stato riaperto dopo l’interruzione.
Quelle modalità vanno condannate. Bloccare un porto, intimidire, coprirsi il volto e trasformare una protesta in una prova di forza non è il modo attraverso cui una democrazia dovrebbe affrontare una questione politica.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato fermarsi alle immagini degli incappucciati.
Perché dietro una protesta possono esserci anche cittadini che esprimono una domanda reale: quanto può reggere un Paese davanti a flussi migratori che percepisce come fuori controllo?
La risposta non può essere semplicemente “siete fascisti”.
Una democrazia seria dovrebbe rispondere con numeri, politiche, controlli, integrazione quando possibile, rimpatri quando necessari e soprattutto con una strategia.
Condannare la protesta violenta è una cosa.
Negare l’esistenza del problema è un’altra.
Ancora più significativa è la vicenda di Ceuta.
Il 2 settembre migliaia di persone sono scese in strada nella città autonoma spagnola per protestare sulla gestione della crisi migratoria, con lo slogan “Ceuta no se vende, Ceuta se defiende”. La manifestazione ha cercato di presentarsi come una mobilitazione civica e trasversale: rappresentanti delle comunità cristiana, musulmana, ebraica e induista hanno letto insieme il messaggio “Ceuta somos todos”.
È un elemento tutt’altro che secondario.
Perché dimostra che la questione migratoria non appartiene automaticamente alla destra radicale.
Può essere una questione sentita da cittadini di religioni diverse, da famiglie, lavoratori, commercianti e comunità che vivono direttamente le conseguenze delle crisi alle frontiere.
A Ceuta la protesta è arrivata dopo la massiccia pressione migratoria registrata nei mesi precedenti. Reuters ha riferito di decine di migliaia di attraversamenti dalla frontiera marocchina durante la crisi di luglio e della presenza ancora significativa di migranti sul territorio.
Anche qui la politica dovrebbe fare una distinzione fondamentale.
Una cosa è la xenofobia.
Un’altra è la richiesta di controllo delle frontiere.
Una cosa è l’odio contro chi arriva.
Un’altra è chiedere allo Stato di spiegare quali siano i limiti, le regole e le conseguenze delle proprie politiche migratorie.
Confondere tutto significa non capire il problema.
E poi c’è la Germania.
La Sassonia-Anhalt rappresenta uno degli esempi più interessanti della trasformazione politica che attraversa l’Europa. Qui la crescita dell’AfD non può essere spiegata soltanto attraverso la categoria dell’estremismo.
Il fenomeno attraversa territori, generazioni e categorie sociali differenti. Accanto a una componente chiaramente radicale esiste un elettorato che utilizza il voto all’AfD come strumento di protesta, come messaggio contro la politica tradizionale, contro le scelte sull’immigrazione, contro alcune politiche economiche e contro quella che viene percepita come distanza delle élite dalla vita quotidiana.
È proprio questo il punto che la politica europea dovrebbe comprendere.
Un voto di protesta non diventa automaticamente un voto fascista.
Può diventarlo? Certamente può contenere anche componenti estremiste, xenofobe o antidemocratiche. Ed è compito delle istituzioni vigilare.
Ma non tutti gli elettori possono essere ridotti alle posizioni più radicali di una forza politica.
Se lo si fa, si commette un errore strategico enorme: si regala a quelle stesse forze la possibilità di presentarsi come vittime di un sistema che non vuole ascoltare nessuno.
E così il meccanismo si alimenta.
Più la politica tradizionale demonizza.
Più l’elettore arrabbiato si sente escluso.
Più l’elettore escluso cerca una forza alternativa.
Più quella forza cresce.
Questo è il nodo che dovrebbe interessare anche l’Italia.
Dover, Ceuta e Sassonia-Anhalt non sono la stessa cosa. Non hanno la stessa storia, non hanno gli stessi problemi e non esprimono necessariamente gli stessi orientamenti politici.
Ma hanno un elemento comune: una parte della società europea non si sente più rappresentata dalle risposte tradizionali della politica.
E questa rabbia non può essere derubricata a fenomeno passeggero.
Non può essere liquidata con l’espressione “uomo nero”.
Non può essere spiegata ogni volta attraverso il ritorno del fascismo.
E soprattutto non può essere combattuta soltanto sul terreno della memoria.
La memoria serve a impedire che gli errori del passato si ripetano. Ma la politica serve a impedire che il presente esploda.
Il cittadino che chiede più sicurezza non deve essere necessariamente un razzista.
Chi vuole una politica migratoria più severa non è automaticamente fascista.
Chi protesta contro l’immigrazione non deve essere automaticamente assimilato a chi aggredisce o discrimina.
Allo stesso modo, chi arriva in Europa non può essere trasformato automaticamente nel nemico.
La democrazia vive proprio nella capacità di tenere insieme queste complessità.
La sfida per Schlein, per Vannacci, per il centrodestra e per tutta la politica europea non è stabilire chi abbia il monopolio della memoria.
È capire chi abbia ancora la capacità di ascoltare.
Dongo racconta come finì una dittatura.
Ceuta racconta la paura di una città di confine.
Dover racconta la radicalizzazione di una protesta.
La Sassonia-Anhalt racconta la trasformazione del voto.
Sono quattro fotografie diverse dello stesso continente inquieto.
E davanti a queste fotografie la risposta non può essere sempre la stessa.
“Fascisti.”
Perché se la politica continua a rispondere alla rabbia con la demonizzazione, prima o poi quella rabbia troverà qualcuno disposto ad ascoltarla.
E allora il problema non sarà più capire se quei cittadini siano di destra, di sinistra, populisti, conservatori o radicali.
Il problema sarà capire perché la politica democratica abbia smesso di parlare con loro.
Dongo appartiene alla storia.
La rabbia di Ceuta, Dover e della Sassonia-Anhalt appartiene invece al presente.
E ignorarla potrebbe essere il modo più pericoloso di preparare il futuro.
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