Politica

Il vero bivio del centrodestra: il centro di Calenda o l’alleanza con Vannacci?

Il ragionamento che accompagna la possibile rinascita di un centro autonomo guidato da Carlo Calenda parte da una premessa interessante: Fratelli d’Italia guarda con attenzione alla crescita di un’area centrista indipendente, perché in uno scenario elettorale senza un vincitore netto potrebbe diventare decisiva nella formazione del governo.

Calenda punta esattamente su questo. Costruire un centro abbastanza forte da non dover scegliere prima del voto tra Giorgia Meloni e il centrosinistra, ma sufficientemente grande da poter diventare indispensabile dopo il voto.

È una strategia politicamente legittima. Ma non è necessariamente quella più naturale per gli equilibri che si stanno delineando.

Il vero elemento destinato a cambiare la partita potrebbe infatti essere un altro: la crescita di Roberto Vannacci e del suo movimento, che i sondaggi collocano attorno all’8 per cento.

Se quel consenso venisse confermato alle urne, il quadro cambierebbe radicalmente. Invece di immaginare un centro autonomo come possibile ago della bilancia tra due schieramenti, il centrodestra avrebbe davanti a sé una strada molto più lineare: costruire un’alleanza strutturale con Vannacci e ricomporre l’intero spazio politico del centrodestra e dell’area sovranista.

Non si tratterebbe semplicemente di un accordo elettorale dell’ultima ora, ma di una vera operazione politica: mettere insieme Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e l’area rappresentata da Vannacci, mantenendo naturalmente identità e sensibilità differenti, ma presentandosi agli elettori con un progetto comune.

È qui che la sfida al centro diventa particolarmente interessante.

Un centro autonomo forte rischierebbe di sottrarre voti sia al centrodestra sia al centrosinistra. Un’alleanza strutturale tra il centrodestra attuale e Vannacci avrebbe invece l’obiettivo opposto: evitare la dispersione del voto nell’area di destra e trasformare una pluralità di consensi in una maggioranza politica più solida.

Ed è proprio questo il punto che il dibattito sul “terzo polo” rischia di lasciare sullo sfondo.

Fratelli d’Italia può certamente guardare con interesse alla crescita di un centro indipendente, soprattutto perché un centro forte potrebbe diventare determinante in un Parlamento senza maggioranza. Ma dal punto di vista strategico, per il centrodestra potrebbe essere molto più conveniente allargare il proprio perimetro anziché assistere alla nascita di un nuovo polo autonomo.

La variabile Vannacci, in questo senso, è tutt’altro che secondaria.

Se il consenso attribuito oggi dai sondaggi al generale — intorno all’8 per cento — dovesse consolidarsi, non sarebbe più possibile considerarlo semplicemente una forza esterna al centrodestra. Diventerebbe una componente politica con un peso sufficiente per condizionare gli equilibri parlamentari e, soprattutto, per rendere plausibile una diversa strategia di coalizione.

La domanda, quindi, non sarebbe più soltanto se Calenda riuscirà a costruire un centro abbastanza forte da diventare indispensabile dopo le elezioni.

La domanda potrebbe diventare un’altra:

il centrodestra preferirà lasciare spazio a un centro autonomo, potenzialmente capace di pescare anche nel suo elettorato, oppure proverà a ricomporre preventivamente il proprio campo attraverso un’alleanza strutturale con Vannacci?

La seconda strada, almeno sul piano della matematica elettorale, appare più lineare.

Un centro autonomo divide ulteriormente il quadro politico. Un’intesa con Vannacci, invece, potrebbe concentrare il consenso dell’area di destra e ridurre la dispersione dei voti.

Naturalmente, una simile operazione non sarebbe priva di difficoltà. Resterebbero da definire leadership, programma, candidature, rapporti di forza e soprattutto il posizionamento europeo e internazionale. Ma proprio per questo la partita non può essere ridotta alla semplice somma dei sondaggi.

Il vero tema è la capacità di trasformare il consenso di Vannacci in consenso di coalizione.

Ed è qui che il centrodestra potrebbe trovarsi davanti a una scelta strategica: aspettare che il centro di Calenda cresca fino a diventare indispensabile oppure anticipare la frammentazione e costruire una coalizione più ampia, capace di includere anche quella parte dell’elettorato che oggi guarda a Vannacci.

In questo scenario, il progetto di Calenda rimane una variabile importante. Ma potrebbe non essere l’unica, né necessariamente la più decisiva.

Perché se il centro autonomo punta a diventare l’ago della bilancia dopo il voto, il centrodestra avrebbe un’alternativa: fare in modo che quell’ago non serva, costruendo prima del voto una maggioranza politica sufficientemente larga da non dipendere da un terzo polo.

Ed è proprio qui che l’8 per cento attribuito a Vannacci potrebbe trasformarsi da semplice dato sondaggistico in una delle variabili decisive della prossima partita elettorale.

Redazione

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