Secondo quanto riportato dal New York Times, la scadenza del primo maggio potrebbe rappresentare un punto di svolta decisivo nella gestione della guerra in Iran da parte del presidente Donald Trump.
In quella data, infatti, il conflitto raggiungerà il 60° giorno dall’avvio formale delle operazioni, facendo scattare le disposizioni che impongono al presidente di richiedere un’autorizzazione esplicita al Congresso per proseguire la campagna militare.
Finora l’amministrazione Trump ha potuto contare su un sostegno sostanziale dei repubblicani, che hanno respinto diverse iniziative democratiche volte a limitare i poteri di guerra del presidente. Tuttavia, secondo fonti parlamentari citate dal quotidiano americano, una parte crescente del partito repubblicano non sarebbe più disposta a ignorare la scadenza.
Il conflitto, iniziato alla fine di febbraio, è stato notificato formalmente al Congresso il 2 marzo, dando così avvio al conteggio dei 60 giorni previsti dalla normativa. Una volta superato il termine, le opzioni a disposizione della Casa Bianca sarebbero limitate: chiedere una nuova autorizzazione, avviare un progressivo disimpegno militare oppure ricorrere a un’estensione di 30 giorni, concessa solo in caso di necessità legata al ritiro in sicurezza delle truppe.
Anche in quest’ultimo caso, tuttavia, l’estensione non costituirebbe una copertura legale per proseguire l’offensiva militare. In alternativa, il Congresso potrebbe in qualsiasi momento autorizzare formalmente l’uso della forza, ma al momento non è certo che esistano i numeri necessari per un simile provvedimento.
Resta infine l’ipotesi più controversa: la possibilità che la Casa Bianca decida di proseguire le operazioni anche oltre i limiti fissati, una scelta che aprirebbe un delicato fronte istituzionale e politico all’interno degli Stati Uniti.
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