Lombardia

Violenza tra adolescenti, la psicologa Chiara Rotunno: “I segnali ci sono, ma spesso non vengono ascoltati”

Il caso di Bergamo, dove un tredicenne ha accoltellato una docente all’interno della scuola, va oltre la cronaca. È un episodio che colpisce perché rompe l’idea della scuola come spazio sicuro, ma soprattutto impone una domanda più ampia: cosa sta accadendo oggi nel mondo degli adolescenti?

Ridurre tutto a un fatto isolato sarebbe fuorviante, così come etichettare un’intera generazione come “perduta”. I dati disponibili raccontano invece un disagio diffuso, che non sempre sfocia in gesti estremi ma si manifesta in forme quotidiane: aggressioni, minacce, esclusione, umiliazioni. Secondo Istat, nel 2023 il 68,5% degli 11-19enni ha dichiarato di aver subito comportamenti offensivi o violenti, online o offline.

Non si tratta solo di conflitti tra pari. Circa 11 ragazzi su 100 riferiscono episodi di minacce o aggressioni, con un’incidenza maggiore tra i maschi più grandi. La violenza, in alcuni contesti, diventa così un linguaggio possibile per esprimere rabbia e frustrazione. A pesare è anche la dimensione digitale, dove il confine tra reale e virtuale appare sempre più labile.

Sul caso è intervenuto anche il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, che ha richiamato l’attenzione sulla necessità di tutelare studenti e personale scolastico, sottolineando però come misure di sicurezza come i metal detector non possano rappresentare una soluzione sufficiente. Il ministro ha inoltre ribadito il ruolo centrale delle famiglie, invitando i genitori a una maggiore attenzione nella crescita dei figli, anche rispetto all’uso di smartphone e social.

Il punto, però, resta capire cosa precede questi episodi. La violenza adolescenziale spesso nasce da fragilità invisibili: solitudine, difficoltà a gestire le emozioni, bisogno di riconoscimento, modelli aggressivi interiorizzati. Il rischio è intervenire solo dopo, senza cogliere i segnali che arrivano prima.

Su questi aspetti interviene la psicologa Chiara Rotunno, che lavora a stretto contatto con gli studenti.

«I segnali di disagio ci sono, ma spesso vengono minimizzati o letti come semplici fasi dell’adolescenza», spiega. «Irritabilità costante, scoppi di rabbia, isolamento, difficoltà a gestire la frustrazione: sono tutti campanelli d’allarme che andrebbero ascoltati».

Secondo Rotunno, uno degli elementi più critici è la difficoltà degli adolescenti a riconoscere e comunicare le proprie emozioni. «Quando un ragazzo non si sente ascoltato o riconosciuto, la rabbia può diventare distruttiva. Non è l’intensità delle emozioni il problema, ma la mancanza di strumenti per gestirle».

Un ruolo rilevante è giocato anche dai social network, che amplificano dinamiche già presenti. «Nei gruppi online si crea spesso un effetto eco: si cercano conferme, non confronto. La rabbia viene legittimata e può trasformarsi in una narrazione condivisa, fino a normalizzare comportamenti aggressivi», osserva la psicologa. A questo si aggiunge la distanza dello schermo, che riduce la percezione delle conseguenze e abbassa il senso di responsabilità.

Sul fronte della prevenzione, la parola chiave è collaborazione. Famiglia, scuola e supporto psicologico devono agire insieme. «Non servono risposte perfette, serve presenza», sottolinea Rotunno. «Un adulto che sa restare accanto a un ragazzo nel suo disagio fa già molto».

La scuola, dal canto suo, può intercettare segnali precoci e offrire punti di riferimento, mentre il supporto psicologico dovrebbe essere considerato parte integrante del percorso educativo, non un intervento straordinario.

La prevenzione, in questo senso, non è una misura emergenziale ma un lavoro quotidiano, fatto di ascolto, relazioni e attenzione ai segnali più deboli. Perché, come emerge anche da questo caso, il disagio raramente esplode all’improvviso: spesso, prima, prova a farsi sentire.

Redazione

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