di Paolo Fedele *
Nei corridoi del potere romano si sta sviluppando una dinamica pericolosa:
il consenso personale di Giorgia Meloni rischia di trasformarsi in una sconfitta elettorale.
Il risultato del referendum fornisce un chiaro segnale: la Premier è un gigante, ma circondata da un governo e da parlamentari di centro-destra inadeguati, che sembrano considerare il governo come un litigio da bar.
Il “No” espresso dagli elettori non è solo un voto contro Meloni, ma una reazione all’ambiente che la circonda, percepito come distante dalle reali necessità del Paese.
Mentre la Premier si dedicava a questioni diplomatiche, gli uomini del suo governo, ministri, sottosegretari, deputati e senatori, sono stati più impegnati nella retorica che nella sostanza, allontanando così il consenso.
Questo ha creato una dissonanza: si apprezza la leader, ma si teme la sua squadra.
Il conflitto con la magistratura ha ulteriormente allontanato il consenso, con gli elettori che percepiscono queste battaglie come un lusso dei potenti.
La forza di Meloni si è trasformata in un limite, poiché ogni errore dei suoi uomini ricade su di lei. Molti membri del suo governo, più attaccati all’ideologia che alla competenza, non sono riusciti a comunicare in modo adeguato.
Il risultato referendario ha dimostrato che non si possono realizzare riforme con una dirigenza impreparata.
Il messaggio del governo è stato offuscato da conflitti interni e da un’arroganza comunicativa. Anche se la Premier appare forte, si trova isolata su una base di insuccessi, e se non avvierà un serio rinnovamento della sua squadra, rischia di restare bloccata in una situazione di incapacità altrui.
Il “No” è un chiaro avviso: l’Italia desidera Giorgia, ma non è più disposta a tollerare il resto.
* Riceviamo e pubblichiamo
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