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La Calabria è costellata di paesi abbandonati, luoghi che raccontano storie di emigrazione, calamità naturali e trasformazioni sociali. Abbiamo intervistato lo storico, professore e antropologo Pino Cinquegrana, sui luoghi abbandonati, in particolare su Rocca Angitola.
Perché un luogo viene abbandonato?
Terremoti, alluvioni, pestilenze, aria cagionevole. Un borgo, un villaggio, un paese può anche essere abbandonato lentamente per la sua collocazione dalle aree produttive e commerciali o comunque necessità di luoghi migliori dove affermare una propria condizione di vita o ruolo sociale. Tutta una fenomenologia a cui si lega fortemente il grande flusso migratorio verso le Americhe prima e dopo i due conflitti mondiali. Luoghi come Capistranello, Castelmonardo, Pimé oggi diventano memoria secondo il pensiero proustiano vista come riflesso dell’essere stati secondo la festa paesana, la fede popolare delle processioni e del cibo, di santi che non trovano più collocazione come san Pimene o la Madonna dell’Indirizzo ma ai quali è fortemente legato il mondo contadino nei cui giorni ricadevano le fiere che attiravano la gente dei paesi vicini. In questa direzione di memoria e identità questi luoghi respirano ancora solo se appena interrogati sul posto.
Cosa emerse durante gli scavi a Rocca Angitola rocchesi di alcuni anni fa?
Oltre al tracciato dell’antica via Popilia, Su Rocca Angitola l’Archeologo Francesco Cuteri scrive: “In età bizantina, l’area assume particolare importanza grazie alla fondazione, finalizzata al controllo di un territorio inserito in un preciso contesto amministrativo e di difesa militare, … kastron che prenderà il nome di Niceforo. Al tempo di Ruggero I, come ricorda il cronista normanno Goffredo Malaterra, l’insediamento sarà ulteriormente fortificato: «Ipse (Ruggero I) vero castrum, quod Nicefola dicitur, studiosissime turribus et propugnaculis firmans, armatis militibus munivit, omnibus, quae ad victum necessaria erant, sufficenter introductis» (VON FALKENHAUSEN 2000) e in un altro passo si riferisce che Roberto il Guiscardo concedette al fratello Ruggero I «…medietatem totius Calabriae a jugo montis Nichifoli et monti Scillacii, quod acquisitum erat, vel quosque Regium essent acquisitori…» (a. 1058). Il duca, dunque, divise la Calabria tracciando una linea di separazione e ponendo alle due estremità Rocca Niceforo e Squillace. Nel 1122, quando Ruggero II cominciò la sua guerra di espansione contro il nipote Guglielmo, tra le prime imprese vi fu quella di assediare il castello calabrese quae Nuceforis dicitur.” Il Barone di Rocca Angitola poteva freggiarsi del titolo di Principe di Acaja e di Antiochia.
E dopo?
Sempre dagli studi dell’archeologo Cuteri “Dopo la fondazione del Regno, con l’unificazione dei territori normanni dell’Italia meridionale e della Sicilia, il valore strategico di Rocca Niceforo si ridusse, ma, come risulta da un atto di vendita, ancora nella seconda metà del XII secolo, il castello ospitava una guarnigione. Lo stesso Idrisi, geografo arabo alla corte di Ruggero II, descrive la località come un «fortilizio considerevole e popolato».
Storie e leggende ancora catturano lo studioso quanto il semplice visitatore. Cosa si può evidenziare?
U serpi ‘nta buttigghia è di sicuro quello che maggiormente attrae la narrazione. In secondo luogo non può non essere citato l’esorcismo effettuato su una giovane rocchese da parte di San Francesco di Paola qui presente in bilocazione.
In questi giorni viene riproposto il quesito: quale stemma ha ereditato Maierato dalla Rocca diruta?
Quello con gli armigeri attualmente posto ad identificazione dal mito di Crissa, come Pieske, in Pauly-Wissowa, Real-Encycl., XI, col. 1887 segg.; J. Beloch, Gr. Geschichte, 2ª ed., I, i, p. 138; ii, p. 132: “Antico nome dell’estremo porto occidentale della Focide; il nome appare come una trasformazione del nome di Crisa (Κρῖσα, Κρίσσα, Crissa), oppure quello ritrovato sulla campana dell’orologio che porta la scritta realizzata per la Citta di Rocca Angitola?
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