Giovanni Tria è arroccato nel suo studio in via XX Settembre. Della Nota di aggiornamento del Def al momento non vi è alcuna traccia. E’ quasi impossibile fare quadrare i numeri. Per rendere sostenibile un deficit al 2,4%, compresi due decimali di investimenti, la crescita del Pil dovrebbe raggiungere l’1,6%. “Il problema è la qualità della manovra e questa manovra è di crescita. Se vinciamo la scommessa va tutto bene, altrimenti cambieremo la manovra come bisogna fare. Il 2,4% viola le regole europee? E’ sempre accaduto a molti Paesi di sforare. Comunque non ci sarà alcuna fine dell’euro”. La crescita all’1,6 è una chimera. Oggi è allo 0,9%. Servirebbe un’impennata della domanda interna ben oltre di quanto hanno reso possibile i 10 miliardi spesi da Matteo Renzi per gli 80 euro. Il Ministro Tria dovrà fare l’impossibile. Secondo la legge 243 del 2012, nel caso in cui il documento non fosse validato, il Governo se volesse confermare le stime dovrebbe rimandare il Ministro in Parlamento a spiegarne le ragioni. Per l’Ocse nella più rosee delle aspettative la crescita del Pil sarà dell’1,1% per il 2018, ma potrebbe anche rivelarsi inferiore, con un deficit che era all’1,5%. Se il deficit salirà al 2,4%, questo avrà sì un effetto espansivo, ma raggiungere l’1,6% nel 2019 non sarà semplice. Le istituzioni europee sono preoccupate. Luigi Di Maio è costretto a varare il reddito di cittadinanza, pena una clamorosa sconfitta. Più cauto invece Matteo Salvini. Tria pensa anche ad un meccanismo automatico di stop alle misure di spesa se il debito non dovesse scendere. La tagliola automatica colpirebbe la spesa corrente del reddito e le pensioni di cittadinanza e probabilmente anche la riforma della Fornero. Le misure sarebbero quindi a tempo.
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