La politica italiana si è fermata domenica notte all’annuncio delle dimissioni di Matteo Renzi. Un voto popolare ha bocciato il renzismo. Ne ha decretato la morte. In un Paese normale di fronte all’ammissione della sconfitta si va alle urne senza perdere un minuto in più.
Ma l’Italia non è un Paese come tutti gli altri. Si è perso oltre un anno a varare riforme a colpi di maggioranza senza davvero incidere sulle esigenze reali: il lavoro e le tasse. Renzi lascia ma in realtà rimane nell’ombra.
Il Capo dello Stato, dopo avere ascoltato le forze politiche, ha escluso il ricorso alle urne. “Il nostro Paese ha bisogno in tempi brevi di un governo”. Sergio Mattarella ha parlato chiaramente di un esecutivo “nella pienezza delle sue funzioni” chiamato a fronteggiare adempimenti, impegni, scadenze che “vanno affrontati e rispettati”. Tradotto: si va avanti sicuramente fino al giugno 2017 e verosimilmente fino alla scadenza naturale della legislatura nel 2018.
“C’è l’esigenza generale di una armonizzazione delle due leggi elettorali di Camera e Senato. Questa è condizione indispensabile per le elezioni” ha chiosato il Presidente della Repubblica.
Del resto la consulta deciderà con tutta calma il 24 gennaio 2017. Poi bisognerà attendere il deposito delle motivazioni. E infine il Parlamento dovrà intervenire per armonizzare le Leggi elettorali tra i 2 rami. Insomma tempi all’italiana: indefiniti.
Alla fine deciderà comunque Matteo Renzi in qualità di segretario del Pd, il partito che ha la maggioranza assoluta alla Camera e quella relativa al Senato. Sarà l’ennesimo Governo dem più ex forzisti. “Abbiamo assicurato al capo dello Stato tutto il sostegno del Pd alla soluzione della crisi che riterrà più opportuna”. Così Luigi Zanda, capogruppo del Pd al termine delle consultazioni.
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