Il ferrigno e balenante capolavoro verdiano trova dunque una rappresentazione visiva tanto eterodossa e antirealistica all’apparenza (quinte ridotte a macchia e chiaroscuro notturno, costumi “che ricordano un po’ la Belle Epoque”) quanto pertinente alla sostanza del dramma (sogno e sangue negli impasti di materia e luce, tutti i personaggi in maschera…). In definitiva, la regia di Muscato ha il pregio di marcare l’innegabile componente proto-espressionista di Rigoletto e del Verdi maturo, segnato dall’ossessione della notte qui come nel Trovatore. Notte che non è quella di Novalis e del Tristano di Wagner, non espansione cosmica oltre i confini del giorno, piuttosto una macchina infernale illuminata da roghi sinistri e lame di pugnali.
L’anno scorso il pubblico apprezzò vivamente il modo in cui la regia di Muscato sposa la musica di Verdi e si fonde con i suoi apici: con l’invettiva rabbiosa del protagonista contro i Cortigiani, vil razza dannata; con l’ambiguo elogio del femminile di Bella figlia dell’amore; con la superficiale spregiudicatezza del Duca di Mantova che proclama l’inconsistenza delle passioni femminili ne La donna è mobile, l’aria che Stravinskij – provocatore estremo – affermò di anteporre all’interaTetralogia wagneriana. Quest’anno ci si attende analoga risposta da platea e palchi.
Sul podio, alla testa dell’Orchestra e del Coro del Teatro, Gaetano d’Espinosa. Nella parte del protagonista il baritono George Petean, sostituito da Giovanni Meoni il 5 e 7 febbraio.
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