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Limbadi, le lacrime di Don Francesco Pontoriero durante l’omelia di giovedì santo

Non deve passare sotto silenzio quello che è accaduto nella messa del Giovedì Santo (o Messa in Cena Domini), nella chiesa della frazione di San Nicola de Legistis. Chi ha partecipato è tornato a casa con la forte risonanza emotiva delle parole pronunciate da don Francesco Pontoriero durante l’omelia. Accade molto raramente che un sacerdote si lasci ispirare così profondamente fino al punto di sciogliere le parole nelle lacrime, in una commossa e intensa attestazione di amore verso la sua comunità.

La Chiesa vede nel gesto della lavanda dei piedi un simbolo dell’amore di Dio. Il gesto riassume tutta la vita di Gesù, il quale “non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). L’atto che compie Gesù non è dunque da intendersi come un rituale di purificazione sullo stile di quelli giudaici, ma viene visto come il simbolo della purificazione che attuerà per coloro che gli appartengono con la sua passione, morte e risurrezione, gesto estremo di amore.

Le parole quando sono percorse dalla forza interiore e spirituale, diventano testimonianza autentica e le lacrime rappresentano il segno fisico della catarsi e della umanità. Quelle di don Francesco assumono un valore e una risonanza semantica, umana e religiosa nuova. Non sono il frutto del dolore, ma dell’amore, segno e disegno del suo ministero sacerdotale vissuto nell’umiltà: l’amore che ha sentito e sente da parte della sue comunità (San Nicola de Legistis e Calimera) con la testimonianza di tanti padri e tante madri.

Oltre a spiegarsi quelle parole si sono ripiegate dentro ed hanno reso profonda gratitudine a Dio per avergli donato due parrocchie in cui è vivo l’amore. Soltanto così il suo sacerdozio compie la sua missione, il vero miracolo che Gesù ha consegnato all’umanità, come gesto di estremo amore, nella celebrazione che istituisce l’apostolato del sacerdote (e proprio il 30 aprile don Francesco compie il quarto anno dalla sua ordinazione). Quando la parola è ispirata a dei principi etici, religiosi, spirituali, ed è vissuta con coerenza ed umiltà, nel cuore di chi ha potuto vivere questo dono, il suo “verbo” rappresenta uno dei più importanti messaggi che annunciano la redenzione della Pasqua – e non solo da un punto di vista religioso – perché testimoniano la verità dell’anima che si apre all’umanità; perché a rivelarsi, non sono soltanto le parole, ma ogni luogo segreto e misterioso che le abita e che le ispira. Il verbo non è soltanto logos, tecnica del discorso e linguaggio razionale o retorico, ma emozione, spirito, vocazione e invocazione.  La parola si carica della vita che appartiene all’humus che l’ha generata, alla forza creativa che intuisce e illumina ciò che prima viveva nell’oscurità.  A chi ha partecipato alla messa dell’ultima cena, in quella piccola chiesa, con le parole avvolte dalle lacrime dell’amore, don Francesco ha consegnato l’esperienza della sua verità: l’Amore per il Prossimo.

Redazione

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