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Presentata all’Università Roma 3 la prima biografia in italiano di Varlam Salamov

Presso la storica Aula “Volpi” della facoltà di Scienze della Formazione dell’ Università  Roma 3, Carlo Felice Casula, ordinario di Storia contemporanea, e Roberto Cipriani, docente di Sociologia, hanno presentato, davanti a un pubblico soprattutto di giovani studenti, il saggio “Varlam Salamov- Storia di un colpevole d ‘innocenza” ( Roma, Scienze e Lettere, 2013, pp.  263, €. 20,00). Biografia – la prima in italiano –  che è un doveroso atto d’amore verso un intellettuale, critico dello stalinismo da posizioni trockiste, che, dopo il “Viaggio nella vertigine” del gulag, trascorse gli anni della vecchiaia spiato, malato e quasi in povertà; e solo post mortem, nel 2000, è stato pienamente riabilitato dalla Procura Generale della distratta e affaristica Russia di Putin. Autore, Luigi Fenizi, saggista e funzionario del Senato: che da tempo si dedica allo studio di intellettuali controcorrente ( da Ignazio Silone ad Albert Camus), e sta curando tra l’altro, sempre per il Senato, la ristampa dell’edizione completa de “L’astrolabio”, prestigiosa rivista della Sinistra indipendente, diretta da Ferruccio Parri e uscita  dai dai primi anni ’70 ai primi anni ’90.

Nato nel 1907 a Vologda, nel nord della Russia,  Salamov all’inizio aderisce entusiasta al vento bolscevico. Ma nel ’29, ecco la prima condanna per “attività trockiste” ( come la ripubblicazione integrale del “Testamento di Lenin”, con le celebri critiche a Stalin), con tre anni di lavori forzati a Visera, negli Urali settentrionali. Rilasciato nel 1931, sarà nuovamente condannato, nel ’37, a 5 anni di reclusione a Kolyma, la “Terra della morte bianca”, sotto il circolo polare artico: subendo infine, nel 1943, una terza condanna ai lavori forzati per “agitazione antisovietica”.

Fenizi ricostruisce attentamente l’iter spirituale di questo scrittore, che, pur condannando decisamente lo stalinismo, non è mai giunto a capire il nesso inscindibile, quasi strutturale, tra esso e il pensiero di Marx e Lenin: la natura, insomma, inevitabilmente totalitaria del comunismo, il suo status di ideologia rovinosa già “in nuce”. “I  “Racconti di Kolyma”, frutto diretto dell’esperienza della reclusione in Siberia, e  gli altri racconti di Salamov, pubblicati per la prima volta in edizione organica russa a Londra nel 1978, dopo la prima, parziale pubblicazione in italiano, per i tipi di Savelli, nel ’76”, ha ricordato il prof. Casula, “demolirono ulteriormente quel mito  sovietico, già incrinato dal “Rapporto Kruscev” del 1956, che pure aveva ammaliato, dal 1917, ben tre generazioni di occidentali”.
Roberto Cipriani, già presidente dell’ Associazione Italiana Sociologi, ha ricostruito nei dettagli l’atmosfera allucinante della vita dei deportati a Kolyma, vera e propria “Auschwitz del ghiaccio”, e le inquietanti,quanto ambigue, analogie, tra il “Gulag” e il “Lager”. Fabrizio Federici, giornalista e ricercatore storico, dopo aver portato i saluti di Elena Primakova, addetto culturale dell’ambasciata russa,  ha evidenziato, in chiusura, le vergognose ambiguità del comportamento di tanti intellettuali e dirigenti  della sinistra comunista e massimalista  (da Sartre a Togliatti), prostratisi per decenni in adorazione dei tiranni rossi: come del resto era già accaduto, ad altri intellettuali, nei confronti di quelli neri,  e come  infine  accade oggi, ad altri ancora, nei confronti dei regimi islamici.
Redazione

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