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Limbadi, colpo al clan Mancuso i dettagli

Maxi evasione di 30 milioni di euro con un’imposta non corrisposta di 14 milioni. E’ quanto accertato dai Finanzieri del Gico di Catanzaro nell’ambito di uno dei filoni di inchiesta confluiti nell’operazione condotta insieme a Carabinieri e Polizia contro la cosca Mancuso di Limbadi. Un’evasione che sarebbe stata possibile dal connubio tra personaggi legati alla cosca Mancuso, tra i quali l’appartenente all’Ira, l’organizzazione terroristica per l’indipendenza irlandese, Henry James Fitzsimons, ed il campano Antonio Velardo, già coinvolto nell’inchiesta della Dda di Reggio Calabria “Metropolis” del 5 marzo scorso, e Antonio Maccarone, ritenuto dagli investigatori il “volto imprenditoriale” dei Mancuso, ed alcuni commercialisti, due dei quali, Ercole Antonio Palasciano e Giuseppe Ierace, molto noti a Catanzaro.

Per i commercialisti l’accusa contestata è associazione a delinquere finalizzata all’evasione fiscale ed al riciclaggio. Dalle indagini condotte dal Gico, infatti, non sono emersi collegamenti o vicinanze personali tra loro e ambienti evidenti della criminalità organizzata. L’attività dei commercialisti, secondo l’accusa, sarebbe stata fondamentale per la costituzione di società fittiziamente residenti all’estero ma in realtà operanti a pieno titolo in Italia e che avrebbero concretizzato la frode fiscale internazionale tramite “estero vestizione”.

Nel momento dell’arresto, Palasciano ha avuto un malore ed è stato portato in ospedale per accertamenti. Subito dopo i controlli dei medici è stato condotto in carcere. Nel corso dell’operazione i Finanzieri hanno sequestrato, complessivamente, beni per 40 milioni di euro, 14 dei quali per equivalente della presunta evasione fiscale accertata. Dal filone condotto dalla squadra mobile, invece, sono emersi numerosi episodi di usura ai danni di imprenditori delle province di Vibo Valentia e Catanzaro ai quali venivano imposti tassi calcolati al 120% annuo a fronte di somme di danaro prestate in fase di difficoltà economiche delle attività di cui erano proprietari. Il provento dell’usura, secondo l’accusa, costituiva una forma di reinvestimento di capitali riconducibili ad esponenti di spicco della famiglia Mancuso, in particolare a Giovanni Mancuso, indicato come una “figura carismatica” all’interno della cosca.

Redazione

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