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Rosarno, ancora il Ghetto dell’Italia nera

La “ghettizzazione” degli africani che raccolgono le arance a Rosarno non è cambiata dopo i moti del gennaio 2010, anzi è peggiorata. Niente è stato fatto contro il lavoro nero o per miglirare le condizioni alloggiative dei braccianti. Dopo i tanti allarmi arrivati dal territorio, anche la ricerca, sottolinea che ancora nella Piana di Gioia Tauro c’è il caporalato e “si lavora a giornata e la paga e appunto di 20/25 euro al giorno; oppure si lavora “a cassetta”, significa che si viene pagati un euro per ogni cassetta di frutta riempita. Rispetto alle condizioni socio-abitative, non viene garantito loro nessun alloggio per il periodo della raccolta, nè alcun tipo di servizio igienico, nonostante strutture di questo tipo siano previste dai contratti provinciali di categoria”. Ires sottolinea che “quanto accaduto durante i primi giorni di gennaio del 2010, i cosiddetti moti di Rosarno, hanno portato alla luce, in modo inconfutabile questa situazione”. Non sono state messe in atto politiche di contrasto al lavoro nero ed allo sfruttamento, nonostante questi siano fenomeni assolutamente radicati nel territorio e che coinvolgono tutta la popolazione, locale e straniera ed in modo trasversale a tutti i settori del mercato del lavoro. “Non sono mai state attivate politiche per far emergere il lavoro nero. Quello che ti risponde l’Ispettorato del lavoro è: “la provincia è molto grande e noi siamo solo cinque ispettori perché non ci sono i soldi” è la testimonianza di Renato Fida, Segretario Generale Flai di Gioia Tauro. Dall’indagine è emerso che nella Piana di Gioia Tauro, soltanto nei giorni immediatamente successivi alla rivolta di gennaio a Rosarno l’ispettorato del lavoro ha presidiato le campagne reggine solo per alcune settimane, per poi andarsene, senza apportare pero nessun cambiamento di fatto. In tempi piu recenti, tra marzo e giugno scorsi, sono state effettuate altre ispezioni, non soltanto in Calabria, ma anche in Campania ed in Puglia, definito “Piano straordinario di vigilanza per l’agricoltura e per l’edilizia”. In particolare in Calabria, stando alla nota del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nel corso di questi mesi sono stati ispezionate 251 aziende, di cui 106, il 42% circa, sono risultate irregolari. Inoltre, i lavoratori oggetto di verifica sono stati 1.261, di cui 43 provenienti da paesi non comunitari, e soltanto 2 non erano in possesso del permesso di soggiorno. In totale i lavoratori in nero sono risultati essere 269. L’Ires bacchetta anche la stessa Cgil. “Dal canto suo neanche il sindacato ha mai intrapreso percorsi ed azioni che andassero a snidare il problema del lavoro irregolare e dello sfruttamento, ma si è limitato a portare avanti alcuni percorsi vertenziali individuali, senza creare pratiche riproducibili ed applicabili a tutti i lavoratori vittime del lavoro nero” si legge nella ricerca. Ad oggi inoltre, nessuna di quelle strutture necessarie all’accoglienza dei lavoratori stagionali è stata istituita. Per coloro, che a partire dal mese di settembre, hanno raggiunto le campagne della Piana per la stagione della raccolta, non sono state messe a disposizione le strutture necessarie, quali gli alloggi ed i servizi igenico-sanitari. Così come la maggior parte di questi braccianti continua a lavorare in nero, anche se in possesso di un regolare titolo di soggiorno. Nel corso  dell’indagine molti dei testimoni coinvolti, hanno imputato alle istituzioni le principali responsabilità della corruzione e dello scontro sociale che persistono all’interno della provincia reggina, ed in particolare all’interno della Piana, accusandole di assenteismo.

Redazione

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