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L’eccellenza biotecnologica dietro le quinte: gli esperti di Fanebiotics fanno il punto sul futuro dei principi attivi puri

Un ceppo che in provetta dà il risultato sperato non è ancora una soluzione. Tra la scoperta e il prodotto che un’azienda può usare ci sono mesi di prove, variabili fisiche e ambientali che cambiano con la scala e una domanda ostinata: quel risultato si ripete, ogni volta? È qui che la ricerca e sviluppo in biotecnologia mette alla prova la propria credibilità, lontano dai convegni e vicino al banco di laboratorio. Per capire come si attraversa questo tratto, abbiamo chiesto a chi lo percorre come nasce un progetto, come si formano i ricercatori di domani e che peso possono avere le discipline di frontiera.

Risponde Mirko Fanelli, riferimento di Fane Biotics, azienda biotech specializzata in microbiologia applicata e nella produzione di principi attivi microbici, con sede legale a Roma. Il sito dell’azienda riconduce a lui Fane Biotech, una delle due realtà da cui nasce, insieme a partner commerciali con oltre 50 anni di esperienza nel settore. Tra i settori di destinazione l’azienda indica agricoltura, ambiente, alimentare, cosmetico e nutraceutico.

La ricerca e sviluppo è una parte importante della vostra attività. Come nasce concretamente un nuovo progetto di ricerca e quali sono le principali sfide nel trasformare una scoperta microbiologica in una soluzione applicabile sul mercato?

Essendo una realtà privata, ci autofinanziamo per i progetti che reputiamo interessanti, con la massima dedizione e professionalità. Come dice il termine stesso, «ricerca», all’inizio dobbiamo contenere al massimo le risorse e il tempo a disposizione per verificare se, almeno sul piano laboratoriale, si possa ottenere un risultato. Una volta ottenuto, bisogna verificare se è replicabile su scala industriale, perché in questa seconda fase subentrano molte più variabili fisiche e ambientali che possono alterare il risultato confermato in laboratorio, ricordandosi sempre che la biologia come la medicina non sono scienze esatte.

Confermato anche un buon risultato su scala industriale, si inizia una sperimentazione interna applicando i nostri prodotti, per passare dalla modalità «ricerca» a quella «sviluppo» e cercare di migliorare quanto già ottenuto, perché, come dico sempre, «tutto è perfettibile». Infine si redige una relazione tecnica, allegando il nostro studio, i metodi utilizzati e i risultati ottenuti, per permettere ai nostri clienti di fare prove in autonomia: se notano un risultato positivo, saranno ovviamente interessati alla commercializzazione del prodotto.

Dal banco di prova alla relazione tecnica, il percorso descritto da Fanelli dipende da chi lo porta avanti. Di qui la domanda successiva, sulla preparazione di chi in laboratorio ci arriva dall’università.

Nel vostro lavoro entrano in gioco discipline e competenze diverse, dalla microbiologia alla biotecnologia, fino alla genetica microbica. Quanto è importante oggi creare una formazione universitaria capace di preparare professionisti con una visione realmente interdisciplinare?

La Fane forma laureandi delle università Sapienza di Roma e della Tuscia, perché acquisiscano competenze tecniche importanti durante il percorso di laurea. Purtroppo sono costretto a dire che, negli ultimi anni, la formazione universitaria, a causa di pochissime ore dedicate al laboratorio e alla formazione pratica, non riesce a garantire una preparazione e una conoscenza di base alla conclusione del percorso.

Per questo è indispensabile il supporto di società come la nostra durante il loro percorso accademico, sperando sempre che vengano formati correttamente e professionalmente anche dalle aziende dove faranno il tirocinio per l’ottenimento dei crediti formativi. Molti nostri tirocinanti sono rimasti nel nostro team o hanno ricevuto una proposta di assunzione, perché per noi è indispensabile non farci scappare menti brillanti e giovani che dimostrano di metterci passione nel nostro settore.

Tra le competenze citate nella domanda c’è la genetica microbica, che si incrocia con una disciplina di frontiera di cui si discute sempre più anche in ambito biotecnologico: la fisica quantistica.

Nel dibattito scientifico e tecnologico si guarda sempre più anche a discipline di frontiera, come la fisica quantistica. Che tipo di rapporto può esserci, a vostro avviso, tra questi nuovi approcci e lo sviluppo delle biotecnologie?

La fisica quantistica è sempre stata, ed è tuttora, un grande tabù in diversi settori. La nostra ultima innovazione ha unito la teoria della fisica quantistica sui domini di coerenza di Del Giudice alla genetica molecolare dei nostri microrganismi, riuscendo a dimostrare per la prima volta l’applicabilità della stessa; questo ci ha permesso di ottenere importanti risultati e, di conseguenza, riconoscimenti.

Però, commercialmente parlando, bisogna sempre cercare di trasmettere i concetti nel modo più semplice possibile, lasciando che siano i fatti a parlare per noi.

L’ultima domanda riguarda l’incarico internazionale. Fanelli riferisce di essere stato nominato presidente del comitato scientifico internazionale di Agrovant Tokyo 2027, forum su agricoltura e tecnologie agricole sostenibili in programma in Giappone il 23 e 24 aprile 2027.

La vostra attività di ricerca ha portato anche a un importante riconoscimento internazionale, con la nomina alla presidenza del comitato scientifico internazionale Agrovant Tokyo 2027. Che significato ha per voi questo incarico e quali prospettive può aprire?

Per noi è stato un riconoscimento non solo molto importante ma anche inaspettato, perché, come dicevo prima, il tabù della fisica quantistica applicata ai microrganismi non ci faceva partire avvantaggiati. Dimostrando con prove concrete i risultati ottenuti e portando contemporaneamente un’importante innovazione che ci distingueva da altre proposte, abbiamo ottenuto questo riconoscimento, e per me sarà un onore rappresentare la presidenza del comitato internazionale Agrovant il prossimo anno, condividendo le nostre innovazioni al fine di tutelare il bene più importante, la salute, che viene costantemente influenzata sempre più dall’ambiente che ci circonda e dalla nostra nutrizione.

Il passaggio dal laboratorio allo stabilimento, che Fanelli indica come uno dei nodi della ricerca, resta lungo anche per le istituzioni pubbliche. In Italia è in corso, per esempio, una sperimentazione sulle proteine dal lievito di birra, con possibili impieghi in alimenti, integratori, mangimi e cosmetici: si parte dalle prove di laboratorio e solo dopo si prevede il trasferimento del processo su scala industriale.

Redazione

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