Lazio

Abusi sui minori, i numeri in Italia e nel mondo. Carmensita Furlano: «La prevenzione parte dall’ascolto»

Gli abusi sessuali sui minori rappresentano una delle emergenze sociali più difficili da affrontare, anche perché una parte delle violenze non viene denunciata e molte vittime faticano a trovare il coraggio di raccontare quanto hanno subito. I dati nazionali e internazionali restituiscono la dimensione di un fenomeno che coinvolge famiglie, istituzioni, comunità educative e ambienti digitali.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, circa una donna su cinque e un uomo su sette riferiscono di aver subito abusi sessuali durante l’infanzia. Si tratta di stime riferite a esperienze di violenza sessuale subite nel corso della vita infantile, non del numero di procedimenti giudiziari o di denunce registrate. La stessa OMS sottolinea che soltanto una parte dei minori vittime di maltrattamento riesce ad accedere ai servizi ufficiali di assistenza.

In Italia, il quadro richiede un’attenzione altrettanto elevata. L’indagine Istat pubblicata nel 2025 sulla violenza contro le donne, con dati relativi alle esperienze vissute prima dei 16 anni, rileva che il 15,3% delle donne italiane tra i 16 e i 75 anni dichiara di aver subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale durante l’infanzia. Per oltre il 58% delle vittime, le violenze subite da bambine non furono raccontate a nessuno. Il dato riguarda le donne intervistate e non può essere esteso automaticamente all’intera popolazione minorile.

Anche le richieste di aiuto restituiscono una fotografia significativa. Nel 2024, il servizio 114 Emergenza Infanzia di Telefono Azzurro ha raccolto oltre 2.700 casi di emergenza riguardanti diverse forme di disagio e violenza ai danni dei minori. Tra le criticità segnalate figurano gli abusi sessuali, i rischi connessi all’utilizzo della rete e la diffusione di contenuti che possono esporre i bambini a situazioni di pericolo.

Più recentemente, il dossier 2026 di Telefono Azzurro, basato sui dati del 2025, ha richiamato l’attenzione anche sulla dimensione digitale. Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 su JAMA Pediatrics, che ha esaminato 165 studi condotti in 80 Paesi su oltre 958.000 minori, ha stimato una prevalenza nel corso della vita dell’11,4% per le molestie sessuali, dell’8,7% per la violenza sessuale con contatto fisico e del 6,1% per i rapporti sessuali forzati. Le categorie possono sovrapporsi e le percentuali non devono essere sommate.

Il libro di Carmensita Furlano: il rapporto tra vittima, autore e istituzioni

È in questo contesto che si inserisce Vittima e carnefice nella pedofilia (Stato e Chiesa) – Quale rapporto e supporto?, il saggio di Carmensita Furlano pubblicato da BookSprint Edizioni.

Il volume affronta il tema degli abusi sui minori attraverso una prospettiva multidisciplinare, mettendo in relazione aspetti giuridici, psicologici, storici, ecclesiali e grafologici. Al centro vi sono la protezione delle vittime, le responsabilità delle istituzioni, le dinamiche che possono favorire il silenzio e la necessità di sviluppare strumenti di prevenzione più efficaci.

Furlano è presentata nella biografia editoriale come docente di Scienza Grafologica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose «S. Francesco di Sales» di Rende, laureata in Giurisprudenza e attiva negli ambiti della grafologia professionale, giudiziaria e forense.

L’obiettivo della riflessione è andare oltre la condanna morale e interrogarsi sulle condizioni che consentono alla violenza di verificarsi, ripetersi o restare nascosta. Comprendere le dinamiche dell’abuso non significa giustificare chi lo commette, ma individuare i rischi, rafforzare la protezione dei minori e garantire sostegno a chi ha subito violenza.

L’intervista

Dottoressa Furlano, perché ha sentito la necessità di affrontare il tema degli abusi sui minori con un saggio che mette in relazione Stato e Chiesa?

Il tema richiede un approccio che superi la sola dimensione giudiziaria. Gli abusi sui minori coinvolgono la persona che subisce la violenza, chi la commette e i contesti nei quali il fatto avviene. Quando entrano in gioco istituzioni civili o religiose, diventa indispensabile interrogarsi anche sulle responsabilità organizzative, sulle procedure di segnalazione e sulla capacità di proteggere le vittime. La tutela dei minori deve prevalere su qualsiasi esigenza di salvaguardia della reputazione di un’organizzazione.

I dati internazionali e italiani mostrano quanto sia difficile far emergere il fenomeno. Qual è il primo ostacolo da superare?

Uno degli ostacoli più rilevanti è il silenzio. Un minore può avere paura di non essere creduto, provare vergogna oppure temere le conseguenze della denuncia sulle relazioni familiari e sugli adulti dai quali dipende. Per questo è fondamentale creare ambienti nei quali possa parlare senza sentirsi giudicato e sapere che la sua richiesta di aiuto verrà presa sul serio. L’ascolto deve essere accompagnato da procedure chiare e da interventi tempestivi.

Nel suo libro, il rapporto tra vittima e carnefice assume un significato centrale. Come bisogna affrontare questa relazione?

Occorre riconoscere la gravità della violenza e le conseguenze che può lasciare nel tempo. Un abuso può compromettere la fiducia negli altri, incidere sull’autostima e rendere più difficili le relazioni personali. Le conseguenze, tuttavia, non sono identiche per tutti: dipendono da molteplici fattori, tra cui le circostanze dell’abuso e la possibilità di ricevere protezione e assistenza.

È altrettanto importante evitare qualsiasi determinismo. Aver subito violenza non significa essere destinati a diventare a propria volta autori di abusi. Le vittime non devono essere stigmatizzate né caricate di responsabilità per comportamenti che non hanno commesso.

Quali responsabilità spettano allo Stato e quali alla Chiesa quando un abuso emerge all’interno di una comunità?

Le responsabilità devono essere affrontate con chiarezza, nel rispetto delle rispettive competenze. Alle autorità pubbliche spetta intervenire secondo la legge, accertare i fatti e garantire la protezione delle persone coinvolte. Le istituzioni religiose, come ogni organizzazione che opera a contatto con minori, devono assicurare procedure adeguate, collaborare con le autorità competenti e impedire che la difesa dell’immagine istituzionale ostacoli l’emersione della verità.

Nessun ruolo educativo, spirituale o professionale può giustificare l’occultamento della violenza. La tutela della persona abusata deve rimanere prioritaria.

Perché, secondo questa prospettiva, non basta punire chi commette un abuso?

La responsabilità penale è fondamentale, ma non esaurisce tutte le necessità. Occorre occuparsi anche della vittima, offrendo ascolto, sostegno psicologico e percorsi di recupero adeguati. Allo stesso tempo, la prevenzione di nuovi abusi richiede interventi specialistici e valutazioni appropriate dei fattori di rischio.

Comprendere le dinamiche che accompagnano una condotta violenta non significa assolvere l’autore. Significa cercare strumenti capaci di impedire che altri minori subiscano la stessa esperienza.

Nel volume trova spazio anche la dimensione psicologica. È possibile individuare un profilo che consenta di riconoscere in anticipo un potenziale abusante?

È necessario procedere con prudenza. Non esiste un unico profilo psicologico valido per tutti i casi, né un insieme di caratteristiche che permetta di identificare con certezza chi commetterà un abuso. La prevenzione deve basarsi su conoscenze affidabili, sulla valutazione delle situazioni concrete e sull’intervento di professionisti qualificati.

Anche i segnali di rischio devono essere interpretati nel loro contesto, senza trasformare supposizioni o caratteristiche individuali in prove di colpevolezza.

Il suo percorso comprende anche la grafologia. Quale ruolo attribuisce a questa disciplina nell’analisi di un fenomeno così delicato?

Nel saggio la grafologia viene inserita in una riflessione che comprende differenti ambiti di studio. È importante, tuttavia, rispettare i limiti di ogni disciplina. La scrittura, considerata isolatamente, non permette di diagnosticare un abuso, identificare con certezza un autore di violenze sessuali sui minori o prevedere una condotta pedofila. L’accertamento di situazioni di questo tipo richiede strumenti scientificamente validati e competenze specialistiche.

Il confronto tra prospettive differenti può essere utile quando ogni metodo viene impiegato in modo appropriato e senza attribuirgli capacità che non sono dimostrate.

Con la diffusione di smartphone, social network e intelligenza artificiale, quali nuove sfide si pongono per la protezione dell’infanzia?

Gli ambienti digitali possono offrire nuove opportunità di adescamento e di diffusione di materiale abusivo, rendendo più complessa la protezione dei minori. La manipolazione delle immagini, la creazione di contenuti sessuali falsificati e le minacce legate alla loro diffusione possono diventare strumenti di intimidazione e ricatto.

Per questo la prevenzione deve comprendere anche l’educazione digitale. Famiglie, scuole, istituzioni e piattaforme tecnologiche devono contribuire a far riconoscere i rischi, facilitare le segnalazioni e garantire risposte adeguate. La maggiore visibilità degli abusi, però, non dimostra automaticamente che il fenomeno sia aumentato nella stessa proporzione: per comprenderne l’andamento servono dati confrontabili e metodologie rigorose.

Che cosa possono fare concretamente le famiglie e le comunità educative?

È fondamentale insegnare ai bambini che possono parlare di ciò che li mette a disagio e che non devono sentirsi responsabili della violenza subita. Gli adulti devono imparare ad ascoltare senza colpevolizzare, evitando reazioni che possano spingere il minore a ritirare quanto raccontato.

Le organizzazioni che lavorano con bambini e adolescenti devono inoltre disporre di regole chiare per la prevenzione, la segnalazione e la gestione dei sospetti. La protezione non può dipendere esclusivamente dalla sensibilità del singolo: deve diventare parte integrante del funzionamento delle istituzioni.

Il libro richiama anche il tema della misericordia e del recupero. Come si conciliano questi principi con la necessità di garantire giustizia alle vittime?

Il rispetto della persona e la possibilità di intraprendere percorsi di recupero non possono diventare strumenti per sottrarsi alle responsabilità. La misericordia non deve essere utilizzata come alibi per evitare l’accertamento dei fatti o attenuare la necessità di proteggere chi ha subito violenza.

La priorità resta la sicurezza dei minori, insieme al riconoscimento del danno e alla prevenzione di nuove condotte abusive. Ogni eventuale percorso di recupero deve essere affrontato con competenze appropriate e senza sostituirsi alla giustizia.

Qual è, in definitiva, il messaggio che desidera lasciare ai lettori attraverso questo saggio?

La protezione dell’infanzia è una responsabilità condivisa. Non basta indignarsi quando un caso emerge nella cronaca: bisogna costruire condizioni che permettano ai minori di chiedere aiuto, alle vittime di essere ascoltate e alle istituzioni di intervenire con tempestività.

Conoscere le dinamiche della violenza, riconoscere le responsabilità e investire nella prevenzione significa lavorare affinché gli abusi non rimangano nascosti e non si ripetano. Il punto di partenza deve essere sempre la dignità del bambino e il suo diritto a crescere in un ambiente sicuro.

La prevenzione come responsabilità collettiva

Il contributo del saggio di Carmensita Furlano si inserisce in un dibattito che richiede continuità, competenza e collaborazione tra ambiti diversi. I dati disponibili, pur riferendosi a popolazioni, periodi e metodologie differenti, confermano l’importanza di non limitare l’attenzione ai soli casi che arrivano nelle aule giudiziarie o conquistano le prime pagine.

La tutela dei minori passa dall’ascolto delle vittime, dalla formazione degli adulti, dalla presenza di canali sicuri di segnalazione e dalla capacità delle istituzioni di agire senza ritardi. Anche il mondo digitale richiede strumenti aggiornati, in grado di rispondere a forme di abuso e sfruttamento in continua evoluzione.

La domanda conclusiva va oltre il libro: quanto è disposta la società a investire nella protezione dell’infanzia anche quando ciò significa mettere in discussione consuetudini, rapporti di potere e silenzi consolidati?

La risposta si misura nella capacità concreta di ascoltare, proteggere e intervenire. Perché nessun bambino dovrebbe essere lasciato solo davanti alla violenza.

Redazione

Recent Posts

Matteo Renzi: «Chi colpisce i Carabinieri è un delinquente, non un rivoluzionario»

Matteo Renzi prende posizione contro le violenze durante le manifestazioni e difende il diritto di…

9 ore ago

Rottamazione di bolli, Imu, Tari e multe: domande al via, come funziona la sanatoria e chi può aderire

Si apre la procedura per la definizione agevolata dei debiti locali, con la possibilità di…

10 ore ago

Francia, incendio al municipio di Limoges: Carole Delga condanna le violenze e chiede ordine

L’incendio della sede comunale di Limoges è al centro della dura presa di posizione di…

10 ore ago

Sito web aziendale: perché due preventivi molto diversi possono essere entrambi corretti

Un imprenditore chiede un sito per la sua azienda a due fornitori diversi, con la…

16 ore ago

Flotte aziendali: servizi e costi del noleggio a lungo termine per le PMI

La gestione di una flotta comincia prima della scelta del modello. Per una PMI con…

16 ore ago

Finestrino rotto dopo un furto con scasso: cosa fare subito

Secondo l'Istat, nei 12 mesi coperti dall'Indagine sulla sicurezza dei cittadini 2022-2023 sono state 143…

16 ore ago