Esteri

Netanyahu all’ONU, l’aula si svuota: il mondo gli volta le spalle

«Israele non ha commesso un genocidio. Israele ha impedito un genocidio». È con questa frase che Benjamin Netanyahu ha scelto di presentarsi davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ma mentre il premier israeliano parlava, decine di delegati hanno abbandonato l’aula. Una delle immagini più potenti della giornata diplomatica di New York.

Netanyahu ha reagito chiamando «codardi morali» coloro che se ne stavano andando e invitando altri rappresentanti a fare altrettanto.

È difficile non soffermarsi sul significato politico di quella scena. Un capo di governo arriva davanti alla massima assemblea diplomatica mondiale per difendere la condotta del proprio Paese mentre una parte consistente dei rappresentanti presenti sceglie di non ascoltarlo. Non è un voto dell’ONU e non significa che tutti gli Stati condividano la stessa posizione, ma è certamente una manifestazione visibile della profonda frattura internazionale provocata dalla guerra di Gaza.

La parola più pesante: genocidio

Netanyahu ha respinto categoricamente l’accusa di genocidio, definendola una «menzogna» e sostenendo che Israele avrebbe invece impedito un genocidio contro gli israeliani. Ha citato le operazioni contro Hamas, gli aiuti umanitari e le vaccinazioni effettuate nella Striscia per sostenere la propria ricostruzione.

Ma una dichiarazione politica non chiude una questione giuridica di questa gravità. Accuse, indagini, procedimenti e valutazioni delle istituzioni internazionali devono essere distinti dalle affermazioni dello stesso governo israeliano.

Ed è proprio qui che il discorso di Netanyahu diventa politicamente significativo: davanti alle Nazioni Unite, il premier non si limita a difendere le operazioni militari israeliane. Ribalta completamente la prospettiva e presenta Israele come il soggetto che avrebbe impedito il genocidio, mentre respinge come falsa la ricostruzione dei suoi accusatori.

La realtà che non può essere cancellata con uno slogan

La tragedia di Gaza non può essere cancellata da una frase pronunciata davanti alle telecamere. Né può essere cancellata la responsabilità del 7 ottobre 2023 e dei crimini commessi da Hamas contro cittadini israeliani.

Ma allo stesso modo il 7 ottobre non può diventare una formula magica capace di assolvere qualsiasi successiva condotta militare.

Questa è la riflessione che dovrebbe accompagnare ogni cronaca sulla guerra: il dolore delle vittime israeliane non rende meno dolorose le vittime palestinesi; la condanna dei crimini di Hamas non obbliga ad accettare senza discussione ogni azione del governo israeliano; la difesa della sicurezza di Israele non cancella il diritto dei palestinesi alla vita, alla dignità e alla protezione dei civili.

E quando un conflitto produce una distruzione di tale portata, la domanda non può essere soltanto chi ha iniziato la guerra, ma anche come viene combattuta, quali limiti vengono rispettati e quale prezzo viene imposto alla popolazione civile.

Il mondo che lascia l’aula

Per questo l’immagine dei delegati che escono mentre Netanyahu comincia a parlare pesa forse più di molte delle frasi pronunciate dal premier.

Fuori dall’aula, a New York, centinaia di manifestanti hanno protestato contro la sua presenza e più di cento persone sono state arrestate secondo quanto riportato dai media.

Dentro l’aula, invece, i delegati hanno scelto una forma diversa di protesta: alzarsi e andarsene.

Non è una prova giudiziaria di genocidio. Non è neppure una posizione unanime del mondo. È però un’immagine politica difficilissima da ignorare.

Netanyahu può continuare a ripetere che Israele ha «impedito un genocidio». Può accusare i suoi critici di ipocrisia. Può rivendicare le proprie ragioni davanti all’ONU.

Ma mentre parla, le sedie vuote raccontano un’altra storia: quella di un governo sempre più contestato sulla scena internazionale e di una guerra che ha prodotto una frattura diplomatica profonda.

E questa è forse la parte più inquietante della vicenda: quando la politica arriva al punto di trasformare migliaia di morti in argomenti da comizio, il rischio è che le vittime diventino soltanto numeri utilizzati per vincere una battaglia narrativa.

Di fronte a quelle vite spezzate, la comunità internazionale dovrebbe pretendere una cosa molto più semplice delle propagande contrapposte: verità, responsabilità e giustizia, per le vittime israeliane come per quelle palestinesi.

Redazione

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