Esteri

Israele, Eisenkot sfida Netanyahu: servizio per tutti, crisi con gli ultraortodossi e una nuova strategia per il Medio Oriente

Israele ha bisogno di un nuovo governo e di una nuova leadership. È il messaggio lanciato da Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar ed ex capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane, che l’8 novembre ha ricevuto dal presidente Isaac Herzog l’incarico di tentare la formazione del nuovo esecutivo. Una sfida politica che potrebbe segnare una svolta nella gestione interna e internazionale dello Stato ebraico, dalla leva militare ai rapporti con il mondo arabo, fino alla strategia nei confronti dell’Iran.

«Israele ha bisogno di una leadership che realizzi il miracolo della condivisione e prepari la strada a una nuova era: un’era di sionismo, solidarietà e amicizia», ha scritto Eisenkot in un messaggio pubblicato sul proprio profilo Facebook verificato.

Il leader politico riconosce che la strada è difficile e che resta ancora molto lavoro da fare, ma si dice fiducioso sulla possibilità di raggiungere l’obiettivo.

«Israele deve vincere. Farò tutto il possibile perché questo accada», conclude, accompagnando il messaggio con un richiamo alla fede e alla bandiera israeliana.

Dietro queste parole c’è un progetto politico che va ben oltre la sostituzione di Benjamin Netanyahu. Eisenkot vuole costruire un governo di emergenza nazionale, capace di affrontare contemporaneamente le divisioni interne, le difficoltà militari e il deterioramento delle relazioni internazionali.

Eisenkot: Israele attraversa una crisi storica

Nel discorso pronunciato alla residenza presidenziale di Gerusalemme, dopo aver ricevuto formalmente il mandato da Isaac Herzog, Eisenkot ha descritto una situazione particolarmente grave.

Ha parlato di uno stato di emergenza nazionale, con diversi fronti di guerra ancora aperti, obiettivi militari non raggiunti e una crisi diplomatica devastante. Secondo il premier incaricato, persino alcuni dei più stretti alleati di Israele stanno riconsiderando i propri rapporti con il Paese.

Non meno preoccupante, nelle sue parole, è la situazione interna. Eisenkot ha denunciato una delle fasi più vulnerabili della storia democratica israeliana, indicando nella delegittimazione delle istituzioni e nella crescente sfiducia dei cittadini un pericolo per il futuro dello Stato.

«Israele non ha il privilegio di perdere tempo o di ripetere infiniti cicli elettorali», ha dichiarato, spiegando che intende formare un governo di emergenza nazionale attraverso iniziative politiche creative e non convenzionali.

Il presidente Herzog gli ha affidato l’incarico dopo che 67 parlamentari hanno indicato Eisenkot come il candidato con maggiori possibilità di formare un esecutivo, contro i 46 che hanno sostenuto Netanyahu. Altri sette deputati non hanno espresso una preferenza.

Herzog ha invitato il futuro governo a rappresentare tutti gli israeliani, indipendentemente dalle loro scelte elettorali, auspicando una stagione di unità e riconciliazione nazionale.

Il nodo della maggioranza: apertura anche al Likud, ma senza Netanyahu?

La Knesset è composta da 120 deputati e la maggioranza necessaria per governare è di 61 seggi.

Dopo le elezioni del 27 ottobre, il blocco riconducibile a Netanyahu dispone di 53 seggi, mentre le forze dell’opposizione che sostengono Eisenkot ne raccolgono 48. Le formazioni arabe hanno complessivamente 19 rappresentanti.

Il progetto del premier incaricato prevede innanzitutto la costruzione di una maggioranza intorno a quattro forze politiche di opposizione: Yashar, B’Yachad, Democratici e Yisrael Beytenu.

Eisenkot ha però lasciato aperta la porta anche a esponenti del Likud e del Partito del Sionismo Religioso, purché accettino i principi fondamentali del suo programma.

Ha invece evitato di rivolgere un’apertura a Otzma Yehudit, il partito del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, con il quale i suoi alleati hanno già escluso un’intesa.

Il leader di Yashar ha rivolto un messaggio anche ai possibili alleati, avvertendo che nessuna formazione politica potrà realizzare integralmente tutte le proprie promesse elettorali. Saranno necessari compromessi.

Ha inoltre invitato i parlamentari a non ostacolare la nascita del nuovo esecutivo per ragioni personali o interessi di partito.

Il caso Aryeh Deri: Shas non vuole rinunciare alle esenzioni militari

Uno degli sviluppi più significativi delle ultime ore riguarda Aryeh Deri, storico leader del partito ultraortodosso Shas.

Secondo quanto riportato dai media israeliani e dal Times of Israel, Deri ha deciso di ritirarsi dalla lista elettorale del partito e non entrerà quindi nella nuova Knesset. Continuerà tuttavia a guidare Shas come presidente.

La decisione arriva dopo il pesante risultato elettorale del 27 ottobre, quando il partito è sceso da 11 a sei seggi, registrando il risultato più basso degli ultimi trent’anni.

Deri aveva manifestato l’intenzione di lasciare la guida della formazione politica, ma il Consiglio dei saggi della Torah, l’organismo religioso che esercita l’autorità sulle decisioni del partito, ha respinto le sue dimissioni.

La ragione è soprattutto politica: Shas vuole che Deri continui a guidare la battaglia per garantire le esenzioni dal servizio militare agli studenti delle scuole religiose ultraortodosse.

Il suo ritiro dalla lista parlamentare non significa dunque un disimpegno. Al contrario, Deri rimane al centro di una delle questioni più delicate per il futuro governo.

È qui che emerge il primo grande scontro con Eisenkot.

Ebrei ultraortodossi: servizio militare o servizio civile per tutti

L’ex capo di Stato maggiore vuole superare il sistema delle esenzioni generalizzate dalla leva per gli ultraortodossi, gli Haredim.

Il suo programma prevede una legge sul servizio nazionale universale, secondo il principio che ogni cittadino deve contribuire alla sicurezza e alla vita dello Stato.

La proposta stabilisce una gerarchia precisa: il servizio militare nelle Forze di difesa israeliane deve avere la priorità, mentre chi non viene selezionato per l’esercito dovrà svolgere un servizio civile o nazionale significativo.

Il sistema dovrebbe essere gestito da un’autorità statale indipendente, incaricata di convocare i giovani, valutare le disponibilità e assegnare i percorsi di servizio.

Il progetto prevede anche incentivi economici e sociali per chi presta servizio, con benefici maggiori per chi ha svolto attività militare, in particolare nei reparti combattenti, e per chi continua a prestare servizio nella riserva.

Sono previste anche limitate deroghe temporanee per particolari percorsi di eccellenza e per lo studio della Torah. Per quest’ultimo, il programma indica una quota massima del 3 per cento delle singole classi di leva, con un anno di rinvio e controlli periodici.

La proposta è destinata a incontrare una forte opposizione da parte di Shas e delle altre formazioni religiose che difendono il sistema delle esenzioni.

La permanenza di Deri alla guida di Shas, proprio con il compito di difendere gli interessi degli studenti delle yeshiva, dimostra quanto sarà difficile trovare un compromesso.

Anche i cittadini arabi israeliani coinvolti nel servizio nazionale

Il progetto di Eisenkot non riguarda soltanto gli ultraortodossi. Il principio del servizio per tutti dovrebbe coinvolgere anche i cittadini arabi israeliani, generalmente esclusi dalla leva obbligatoria.

Il programma prevede la possibilità di partecipare a percorsi di servizio nazionale e civile, con un maggiore coinvolgimento anche dei cittadini beduini nelle Forze armate.

L’obiettivo dichiarato è superare le differenze settoriali e costruire un rapporto più equilibrato tra cittadini e Stato.

La questione resta politicamente delicata. I rappresentanti arabi chiedono maggiore uguaglianza nei diritti e nelle opportunità e non è scontato che accettino un obbligo generalizzato di servizio alle condizioni proposte da Eisenkot.

Il loro peso parlamentare, tuttavia, potrebbe risultare determinante per la nascita del nuovo governo.

Iran: cambierà la strategia militare di Israele?

La questione iraniana rappresenta uno dei capitoli più importanti per comprendere la possibile differenza tra Eisenkot e Netanyahu.

Non sarebbe corretto definire il leader di Yashar un pacifista o attribuirgli la volontà di rinunciare al confronto con Teheran. Eisenkot è un ex generale e considera la sicurezza israeliana una priorità strategica.

La sua critica alla gestione di Netanyahu riguarda soprattutto la difficoltà di trasformare i risultati militari in una soluzione politica duratura.

Il premier incaricato ha indicato tra le priorità la necessità di affrontare i conflitti ancora aperti e superare una situazione nella quale, a suo giudizio, gli obiettivi militari non sono stati pienamente raggiunti.

Un eventuale cambio di governo potrebbe quindi modificare la gestione del confronto con l’Iran, rafforzando il coordinamento con gli alleati e il ricorso alla diplomazia. Non esiste però una promessa di Eisenkot di interrompere immediatamente le operazioni militari o di concludere il confronto con Teheran.

La sicurezza nazionale e il contrasto alle capacità militari iraniane rimangono elementi centrali della sua impostazione.

Il mondo arabo e la possibilità di una nuova stagione diplomatica

Un altro obiettivo riguarda il rilancio delle relazioni di Israele con i Paesi arabi.

Il progetto di Eisenkot punta a consolidare gli Accordi di Abramo, rafforzare i rapporti con Egitto e Giordania e aprire nuovi spazi di collaborazione con le monarchie del Golfo.

Particolare attenzione è rivolta all’Arabia Saudita, il cui eventuale riconoscimento diplomatico di Israele potrebbe cambiare gli equilibri regionali.

Una normalizzazione dei rapporti con Riyadh avrebbe conseguenze importanti sul piano economico, commerciale e della sicurezza, ma rimane legata anche alla questione palestinese.

È proprio questo uno dei principali ostacoli. Eisenkot ha espresso contrarietà alla creazione di uno Stato palestinese, mentre l’Arabia Saudita ha collegato la normalizzazione dei rapporti con Israele a progressi concreti verso una soluzione politica della questione palestinese.

Anche sul fronte di Gaza la posizione del premier incaricato è netta: uno dei quattro principi richiesti a qualsiasi possibile alleato è il riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica e l’impegno a smantellarne le capacità militari e di governo.

Il suo progetto, pertanto, non coincide con una semplice apertura alla pace a qualsiasi condizione. Punta piuttosto a una nuova architettura regionale nella quale Israele mantenga una posizione di forza, ma recuperi anche relazioni diplomatiche e alleanze.

Quattro principi per il nuovo governo

Eisenkot ha indicato quattro condizioni fondamentali per chiunque voglia partecipare al suo esecutivo:

Riconoscimento di Israele come Stato ebraico e democratico.

Rispetto dei valori della Dichiarazione d’indipendenza israeliana.

Servizio obbligatorio per tutti, militare, nazionale o civile, con l’obiettivo di rafforzare le Forze armate.

Riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica e impegno a smantellarne le capacità militari e di governo.

Questi principi rappresentano la base sulla quale il leader di Yashar intende costruire il governo di emergenza nazionale.

La sua apertura ai parlamentari del Likud e del Sionismo Religioso, così come la possibilità di un sostegno esterno da parte delle formazioni arabe, rende la trattativa particolarmente complessa.

Israele davanti a una scelta che riguarda anche il Medio Oriente

La sfida di Gadi Eisenkot non riguarda soltanto la successione a Benjamin Netanyahu. Il suo progetto prova a intervenire su alcune delle questioni che da anni dividono la società israeliana: il peso del servizio militare, il ruolo delle comunità religiose, la partecipazione dei cittadini arabi, la gestione delle guerre e il rapporto con gli alleati internazionali.

La permanenza di Aryeh Deri alla guida di Shas, con l’obiettivo dichiarato di difendere le esenzioni militari degli ultraortodossi, rappresenta un primo banco di prova. La richiesta di servizio nazionale universale di Eisenkot si scontra infatti con una delle condizioni storiche dei partiti religiosi.

Sul piano internazionale, la crisi diplomatica denunciata dallo stesso premier incaricato potrebbe spingere Israele a rivedere il rapporto con gli Stati Uniti e con i Paesi arabi, senza però abbandonare la propria dottrina di sicurezza.

Resta da capire se un eventuale governo Eisenkot sarà in grado di trovare un equilibrio tra la necessità di garantire la sicurezza nazionale, una più equa distribuzione degli obblighi civili e militari e la ricerca di nuove soluzioni diplomatiche.

La domanda centrale è se Israele possa inaugurare una stagione nella quale la forza militare non sia l’unico strumento per garantire la propria sicurezza, ma venga accompagnata da una nuova politica di integrazione interna e di cooperazione regionale.

Per il momento, Eisenkot ha ricevuto il mandato. La vera partita comincia adesso.

Redazione

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