La desertificazione non è più una minaccia lontana, confinata alle aree più aride del pianeta. È una delle grandi questioni del nostro tempo, un problema ambientale che si trasforma rapidamente in una questione economica, sociale, alimentare e geopolitica. È questo, in fondo, il messaggio che arriva dalla diciassettesima sessione della Conferenza delle parti della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione, la Cop17, ospitata in Mongolia.
Il tema scelto, «Recuperare i suoli. Ristabilire la speranza», contiene già una precisa idea politica: non basta più limitarsi a osservare il degrado della terra, occorre intervenire. E bisogna farlo con strumenti concreti, risorse adeguate e una cooperazione internazionale capace di andare oltre le dichiarazioni di principio.
Alla Conferenza hanno preso parte delegazioni di 197 Paesi, insieme a rappresentanti della società civile, della comunità scientifica, dei popoli autoctoni e degli agricoltori. Una partecipazione che restituisce la dimensione globale di una crisi che, pur manifestandosi in maniera diversa da continente a continente, riguarda ormai l’intero Pianeta.
I numeri aiutano a comprendere la portata dell’emergenza. Secondo i dati delle Nazioni Unite, oltre il 40% delle terre emerse risulta colpito dal degrado del suolo. Una superficie enorme, nella quale diminuisce la capacità della terra di produrre, sostenere ecosistemi e garantire risorse fondamentali per le comunità.
E dietro il deterioramento del suolo c’è molto più di una questione agricola. C’è il rischio di una crescente insicurezza alimentare, la pressione sulle risorse idriche, la perdita di biodiversità, l’impoverimento delle comunità rurali e, inevitabilmente, l’aumento delle tensioni sociali.
La terra è infatti una vera infrastruttura della vita. Garantisce cibo, acqua, lavoro e condizioni di stabilità. Quando questa infrastruttura si deteriora, le conseguenze non rimangono confinate nei campi: arrivano nelle città, nei mercati, nelle economie nazionali e nei rapporti tra Stati.
È particolarmente significativo che a ospitare la Cop17 sia stata la Mongolia. Il Paese rappresenta infatti uno degli esempi più evidenti della fragilità degli ecosistemi di fronte al degrado del territorio: quasi il 77% dell’immenso territorio mongolo, che si estende per circa 1,56 milioni di chilometri quadrati, risulta già degradato.
La scelta della Mongolia diventa così anche un potente elemento simbolico. In una terra dove la pastorizia e il rapporto con gli ecosistemi rappresentano da sempre una componente fondamentale della vita economica e culturale, la desertificazione non è una teoria elaborata nei documenti internazionali, ma una realtà che incide direttamente sulla sopravvivenza delle comunità.
La Cop17 ha affrontato proprio questa complessità. Al centro del confronto sono finite le connessioni tra degrado del suolo, cambiamenti climatici e perdita di biodiversità, ma anche il rapporto tra deterioramento delle terre e migrazioni.
Ed è forse questo uno degli aspetti sui quali sarebbe necessario riflettere maggiormente.
Quando una terra non produce più, quando l’acqua diventa insufficiente e quando le attività agricole e pastorali non garantiscono più un reddito, la migrazione può diventare una necessità prima ancora che una scelta. Le Nazioni Unite stimano che, entro il 2050, fino a 700 milioni di persone potrebbero essere costrette a spostarsi a causa della desertificazione e del degrado ambientale.
Dietro questa cifra ci sono milioni di storie possibili: famiglie che abbandonano le proprie terre, comunità che perdono la propria identità, territori che si svuotano e città che devono affrontare nuove pressioni demografiche.
Per questo la lotta alla desertificazione non può essere considerata una semplice branca delle politiche ambientali. È una politica di sicurezza, di sviluppo e di prevenzione delle crisi.
Anche il tema dei finanziamenti assume dunque un’importanza decisiva. Restaurare un suolo degradato richiede investimenti, ricerca, tecnologie, infrastrutture e soprattutto continuità. Non è sufficiente finanziare un progetto per qualche anno e poi abbandonarlo. Il recupero della terra è un processo lungo, spesso generazionale.
Tra i temi discussi figurano proprio i meccanismi finanziari innovativi per la salute del suolo e la resilienza alla siccità, insieme alla necessità di accelerare la capacità delle comunità di adattarsi agli eventi estremi.
Particolare attenzione è stata inoltre dedicata ai pascoli e alle comunità pastorali, al ruolo delle donne, alla partecipazione delle organizzazioni non governative, alla conoscenza scientifica e al rapporto tra ricerca e decisioni politiche.
Sono tutti tasselli di uno stesso problema.
Perché la desertificazione non si combatte soltanto piantando alberi o cercando di recuperare terreni compromessi. Servono politiche agricole sostenibili, una gestione responsabile dell’acqua, protezione degli ecosistemi, sostegno alle comunità locali e capacità di prevenire il degrado prima che diventi irreversibile.
La grande sfida, allora, è trasformare la consapevolezza in azione.
Le conferenze internazionali hanno valore quando riescono a produrre decisioni, finanziamenti e impegni verificabili. Il rischio, altrimenti, è che anche la questione della desertificazione finisca nel lungo elenco delle emergenze planetarie riconosciute da tutti e affrontate troppo lentamente.
La Cop17 lascia soprattutto una domanda: quanto siamo disposti a investire oggi per evitare di pagare domani un prezzo molto più alto?
Difendere la terra significa difendere il futuro. Significa proteggere l’agricoltura, l’acqua e il cibo, ma anche ridurre le cause delle migrazioni, rafforzare la stabilità delle comunità e prevenire nuove fratture economiche e geopolitiche.
Recuperare i suoli, dunque, non è soltanto un obiettivo ambientale. È una scelta di civiltà.
E la speranza evocata dalla Cop17 non può essere affidata soltanto alle parole. Deve diventare politica, investimento, responsabilità e capacità di intervenire prima che sia troppo tardi.
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