Non è soltanto la mancanza di un professionista sanitario. È la perdita di un punto di riferimento, di una figura che conosceva la storia clinica dei suoi pazienti, le loro fragilità, le loro paure. È il volto umano della sanità che rischia di sparire dai territori.
A Villafranca Padovana all’incirca 1.800 cittadini si trovano oggi a fare i conti con un nuovo sistema di assistenza dopo la scomparsa del proprio medico di medicina generale. Un cambiamento che ha generato rabbia, preoccupazione e soprattutto una domanda: cosa sta accadendo alla medicina di base?
Ne abbiamo parlato con Sandra Scarabottolo, già vicesindaco del Comune con delega alle politiche sociosanitarie e oggi consigliere comunale, che ha raccolto le istanze dei cittadini avviando anche una raccolta firme per chiedere maggiore attenzione.
“Il problema non riguarda soltanto Villafranca Padovana – spiega Scarabottolo – ma è una situazione che si presenterà sempre più spesso. Mancano medici e il direttore della funzione territoriale dell’Ulss 6 me lo ha confermato. Però credo che dietro ci sia anche una questione di programmazione e pianificazione che negli anni è stata carente”.
Secondo la consigliera comunale, il problema nasce da lontano: “Il numero chiuso nelle università non ha sicuramente favorito la disponibilità di nuovi medici. Il percorso per diventare professionisti della sanità è lunghissimo e oggi ci troviamo a utilizzare persone formate dopo tanti anni senza aver creato una programmazione adeguata”.
Ma il tema non è soltanto numerico. Al centro c’è anche il ruolo stesso del medico di famiglia.
“Abbiamo spersonalizzato la figura del medico di base – sottolinea Scarabottolo – perché oggi deve rispondere al telefono, alle mail, aggiornare fascicoli, compilare documenti. Ma quanto tempo rimane davvero per fare il medico?”.
Una riflessione che nasce anche dal confronto diretto con diversi professionisti: “Molti medici mi dicono che sono stanchi. Non della medicina, ma di tutto quello che ruota intorno alla burocrazia. Il paziente arriva con un problema e il medico deve prima affrontare una serie infinita di procedure”.
La proposta di trasformare i medici di famiglia in dipendenti del sistema sanitario, secondo Scarabottolo, non può essere affrontata con slogan.
“È una questione complessa. Oggi il medico libero professionista sostiene anche costi importanti: l’ambulatorio, le sostituzioni, la gestione quotidiana. Non so quale sia la soluzione migliore, ma bisogna conoscere la realtà prima di giudicare”.
Il nodo centrale resta però l’accesso alle cure. Perché suggerire ai cittadini di rivolgersi a un medico disponibile in un comune vicino può diventare impossibile per molte persone.
“Mi è stato detto che ci sono medici disponibili anche in altri territori. Ma parliamo spesso di anziani, persone fragili, magari senza automobile. Come possono spostarsi cinque, dieci chilometri per trovare un medico? Il medico di fiducia deve tornare vicino ai cittadini”.
Per Scarabottolo la risposta può arrivare anche dai territori.
“Quando ero vicesindaco avevamo iniziato a lavorare sulla medicina di gruppo, mettendo a disposizione spazi comunali per creare un servizio dove più medici potessero collaborare insieme, con infermieri e segreteria. Sarebbe un modo concreto per evitare che le persone si rivolgano direttamente al pronto soccorso”.
Un punto fondamentale, perché senza medicina territoriale gli ospedali rischiano di essere sovraccaricati.
“Se una persona anziana non ha il medico di riferimento, alla fine va al pronto soccorso. Ma il pronto soccorso deve essere destinato alle emergenze. La prevenzione costa meno dell’ospedalizzazione. Non investire oggi significa spendere molto di più domani”.
La consigliera comunale richiama anche il valore umano del rapporto medico-paziente.
“Il medico conosce la storia della persona. Sa prevenire, sa interpretare segnali che magari un sistema impersonale non riesce a cogliere. La sanità non è soltanto tecnologia e ricerca: è cura della persona”.
E proprio sulla ricerca Scarabottolo riconosce il valore del sistema italiano: “Abbiamo eccellenze straordinarie, anche riconosciute a livello internazionale. Il problema è riuscire a garantire la stessa qualità nella cura quotidiana dei cittadini”.
Il timore è quello di una progressiva desertificazione dei piccoli centri. Se togliamo il medico, la farmacia, i servizi, i collegamenti, rischiamo di lasciare sole intere comunità. Non è soltanto una questione sanitaria, è una questione sociale.
Per questo Sandra Scarabottolo ha deciso di scrivere anche al presidente della Regione Veneto Alberto Stefani, chiedendo un confronto.
“Non voglio fare una battaglia contro qualcuno. Voglio portare la voce reale dei cittadini. A volte chi governa non riesce a vedere tutto quello che accade nei territori. Bisogna ascoltare chi vive ogni giorno questi problemi”.
La richiesta è semplice e allo stesso tempo profondissima: riportare la sanità vicino alle persone.
Perché dietro un medico che manca non c’è soltanto una casella vuota in un elenco. C’è una comunità che perde un pezzo della propria sicurezza.
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