Calabria

Cutro, Fedele (Usim): “Oltre le telecamere c’è il mare vero, e il peso dei giudizi non può sostituire la verità”

Dopo la puntata di Report dedicata alla tragedia della Strage di Cutro, il dibattito pubblico si è riacceso con toni accesi, spesso divisi tra accuse e difese. In questo clima interviene Paolo Fedele, vice segretario nazionale dell’Unione Sindacale Italiana Marina (USIM), con parole che provano a riportare il confronto su un piano più profondo, lontano dalle semplificazioni.

Fedele non nega il diritto di informare né il valore delle inchieste giornalistiche, ma mette in guardia da un rischio concreto: quello di trasformare una tragedia complessa in una narrazione lineare, dove tutto sembra già deciso. «Il punto – spiega – è la distanza tra chi guarda e chi agisce. Il mare non è uno studio televisivo: è buio, è freddo, è incertezza. Le decisioni si prendono in pochi istanti, con informazioni incomplete e con il peso di vite umane sulle spalle».

Nel suo ragionamento non c’è una difesa a priori, ma una richiesta di equilibrio. Quando si parla di corpi come la Guardia Costiera e la Guardia di Finanza, sottolinea, bisogna tenere insieme due piani: l’accertamento delle responsabilità, che spetta alla magistratura, e il rispetto per chi ogni giorno opera in condizioni estreme. «Non si tratta di essere corporativi – chiarisce – ma di evitare una condanna morale anticipata. È una linea sottile, ma decisiva per la credibilità delle istituzioni».

C’è poi un passaggio che Fedele affida più alla sensibilità che alla polemica, ed è quello che riguarda il racconto mediatico. Le immagini, gli inseguimenti delle telecamere, gli sguardi cercati a ogni costo: «Fa male vedere quegli occhi», dice. Occhi che, secondo lui, non sfuggono ma portano dentro il peso di ciò che è accaduto. «Sono persone che hanno servito lo Stato e che oggi si trovano esposte, spesso senza poter parlare. Dentro quegli sguardi c’è il dubbio, il dolore, ma anche la consapevolezza di aver fatto tutto il possibile in quel momento».

In questo contesto, anche le parole di Vittorio Alessandro assumono un peso particolare. Fedele non entra nello scontro diretto, ma invita a riflettere sul ruolo pubblico di chi ha ricoperto incarichi così delicati. «Quando si è stati dentro certe realtà – osserva – ogni intervento contribuisce a orientare il dibattito. E il rischio è che una riflessione tecnica venga percepita come una presa di posizione definitiva, alimentando una narrazione che non sempre restituisce tutta la complessità dei fatti».

Ed è proprio la complessità la parola chiave di tutta la sua analisi. Non come rifugio per evitare responsabilità, ma come condizione necessaria per cercare la verità. «Ridurre tutto a uno schema semplice – colpevoli da una parte, innocenti dall’altra – può sembrare rassicurante, ma non aiuta a capire. Il mare, come la vita, non funziona così».

Lo sguardo finale è rivolto alla magistratura, chiamata a muoversi in un contesto inevitabilmente condizionato dall’attenzione mediatica. «Ci aspettiamo equilibrio e profondità – conclude Fedele – la capacità di andare oltre il rumore, oltre le parole pronunciate nei salotti televisivi, per ricostruire i fatti nella loro interezza. Non è una richiesta di indulgenza, ma di rigore. Perché solo una giustizia attenta può restituire dignità a tutti: alle vittime, prima di tutto, ma anche a chi ha operato in condizioni estreme».

E alla fine, in questa vicenda che continua a interrogare il Paese, resta una domanda sospesa: come raccontare il dolore senza tradirne la complessità. Per Fedele la risposta sta proprio lì, in quel confine sottile tra informazione e giudizio. Un confine che, oggi più che mai, chiede rispetto.

Redazione

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