Il fragile equilibrio in Medio Oriente torna a incrinarsi pericolosamente. Le parole di Donald Trump riaccendono lo spettro di una nuova escalation militare: “C’è la possibilità che riprendano gli attacchi all’Iran”, ha dichiarato il presidente, senza indicare tempi ma lasciando intendere che lo scenario bellico resta tutt’altro che archiviato.
Una frase che pesa come un macigno, soprattutto mentre sul tavolo della diplomazia arriva una proposta articolata di Iran: un piano in 14 punti che punta a riaprire in tempi rapidi lo strategico Stretto di Hormuz e a porre fine al conflitto che coinvolge anche il Libano. Secondo fonti citate da Axios, Teheran chiede un mese di negoziati per arrivare a un’intesa complessiva, rinviando solo successivamente il dossier nucleare.
Ma da Washington il clima resta gelido. Trump ha già fatto sapere di guardare con scetticismo al piano iraniano: “Lo esaminerò, ma non riesco a immaginare che sia accettabile”, ha scritto su Truth, aggiungendo che, a suo avviso, l’Iran “non ha ancora pagato un prezzo sufficientemente alto”.
Parole che rafforzano l’impressione di una linea dura destinata a prevalere. E mentre si parla di diplomazia, sul terreno si intravedono segnali opposti: il presidente americano ha annunciato anche una riduzione significativa delle truppe statunitensi in Germania, oltre le 5.000 unità, in un riassetto strategico che potrebbe ridisegnare gli equilibri militari occidentali.
Il nodo resta lo Stretto di Hormuz, arteria fondamentale per il traffico energetico globale. La sua riapertura è condizione centrale nella proposta iraniana, ma anche punto critico su cui si misura la distanza tra le parti.
Così, tra aperture negoziali e minacce implicite, il rischio concreto è che la finestra diplomatica si richiuda prima ancora di aprirsi davvero. E che le parole di Trump non restino solo un avvertimento.
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