Il modello economico basato sulla compressione dei costi e sulla diffusione della precarietà “non è più sostenibile”. A sostenerlo è Antonio Viscomi, Professore Ordinario di Diritto del lavoro presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro e Direttore del Centro di Ricerca universitario “DIGIT LAB LAW – Transizione digitale, autonomie negoziali e rapporti di lavoro”, intervenuto su Fast News Platform in un approfondimento dedicato al futuro del lavoro in Italia.
Viscomi, già direttore del Dipartimento di Diritto dell’Organizzazione Pubblica, Economia e Società, nonché direttore della Biblioteca Giuridica e componente del primo Consiglio di Amministrazione dell’Ateneo di Catanzaro, oltre che delegato del rettore per le relazioni sindacali tra il 2000 e il 2006, ha alle spalle anche una lunga esperienza istituzionale: deputato nella XVIII legislatura (2018–2022), capogruppo in Commissione Lavoro della Camera e presidente della Commissione Giurisdizionale per il Personale, e Vicepresidente della Regione Calabria (2015–2018) con deleghe a Bilancio e Personale.
Nel suo intervento, il giuslavorista richiama la necessità di un cambio di paradigma: “Le imprese hanno due strade per competere: ridurre i costi oppure aumentare la qualità. La prima porta inevitabilmente verso una competizione globale che l’Europa non può sostenere sul piano sociale. L’unica via è investire in innovazione, ricerca e valore aggiunto”.
Per Viscomi, il nodo non è solo economico ma strutturale: “Un sistema produttivo di qualità richiede lavoro di qualità, lavoratori qualificati e stabilità occupazionale. Senza questo equilibrio, la crescita resta fragile”.
Tra i suoi ambiti di ricerca figurano in particolare i rischi di settore, il lavoro sommerso, la sicurezza sul lavoro e i fenomeni migratori, temi che tornano anche nella sua lettura del presente: “Il lavoro non si crea per decreto, ma attraverso imprese capaci di competere e di vendere. Solo così si genera occupazione stabile”.
Il professore insiste anche sul legame tra salari e tenuta sociale: “Se i salari sono bassi, si riducono inevitabilmente i consumi interni. È un effetto a catena che indebolisce l’intero sistema economico”. E richiama la Costituzione, in particolare l’articolo 36, che sancisce il diritto a una retribuzione sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa: “Non significa solo sopravvivere, ma poter accedere a sanità, istruzione, mobilità e cultura”.
Nel ragionamento entra anche il tema del ceto medio: “È il pilastro della stabilità democratica. Quando si restringe, aumentano le disuguaglianze e cresce il rischio di tensioni sociali e politiche”. Un fenomeno che, osserva, sta assumendo dimensioni globali, con una concentrazione crescente della ricchezza.
Ampio spazio anche alla questione fiscale: “La pressione percepita è spesso superiore a quella reale, perché si sommano imposte diverse e livelli di tassazione non sempre leggibili in modo trasparente. Inoltre, considerare ricco chi guadagna 50mila euro lordi l’anno è un segnale di squilibrio strutturale”.
Sul fronte del debito pubblico, Viscomi invita a una lettura meno ideologica: “Esiste anche un debito buono, quello che sostiene investimenti e coesione sociale. Ridurre il debito distruggendo crescita e welfare non è una soluzione sostenibile”.
Anche il ruolo dell’Unione Europea viene interpretato in chiave evolutiva: “I vincoli esistono e hanno una funzione di stabilità, ma serve maggiore flessibilità per sostenere politiche di crescita e coesione. Il debito non può essere considerato solo una minaccia, ma anche uno strumento”.
Infine, una riflessione sul lavoro contemporaneo, tra smart working e trasformazioni produttive: “La flessibilità ha aspetti positivi, ma non può erodere la dimensione sociale del lavoro né indebolire l’indotto urbano. Serve equilibrio, non estremizzazione”.
Un messaggio che torna al punto centrale del suo intervento: senza una strategia di sistema che integri lavoro di qualità, servizi pubblici efficienti e investimenti strutturali, il rischio è quello di un modello economico sempre più fragile e diseguale.
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