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Lavoro, cresce l’occupazione ma aumenta la precarietà: salari bassi e produttività in calo in Puglia

Il rapporto dell’Osservatorio Economico Aforisma fotografa un mercato del lavoro in chiaroscuro: più occupati, ma meno ore lavorate e redditi inferiori alla media nazionale

La fotografia del mercato del lavoro pugliese restituisce un quadro complesso, fatto di segnali apparentemente positivi che nascondono criticità strutturali. A dirlo è l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Economico Aforisma, presentato da Andrea Salvati e Davide Stasi insieme ad Ada Chirizzi, segretaria provinciale Cisl Lecce, e Massimo De Giorgi, presidente del Comitato provinciale Inps di Lecce.

Il dato che emerge con maggiore evidenza è il paradosso tra crescita dell’occupazione e stagnazione economica. Se da un lato aumenta il numero degli occupati – raggiungendo livelli record – dall’altro il Prodotto interno lordo cresce appena, confermando una fase di “crescita dello zero virgola”. Un equilibrio fragile che trova spiegazione soprattutto nel livello estremamente basso delle retribuzioni.

Secondo quanto illustrato da Davide Stasi, il numero degli occupati risulta in aumento anche per effetto dei criteri statistici: è considerato occupato chi svolge almeno un’ora di lavoro retribuito a settimana. Analizzando però il monte ore, il quadro cambia: crescono le ore lavorate complessivamente, ma diminuiscono quelle medie per singolo lavoratore. In sostanza, più persone lavorano, ma ciascuna lavora meno.

Un fenomeno che svuota il valore dell’incremento occupazionale e si accompagna a un ulteriore elemento critico: il calo della produttività. I dati certificano infatti una diminuzione sia della produttività per occupato sia per ora lavorata. Da qui deriva la contraddizione tra aumento degli occupati e Pil stagnante, con una conseguenza diretta: salari contenuti e spesso insufficienti.

A rafforzare questa lettura intervengono i dati sui redditi. Andrea Salvati ha sottolineato come il reddito medio da lavoro dipendente in Puglia si attesti a 19.417 euro annui, ben al di sotto della media nazionale pari a 24.251 euro. Un divario che evidenzia non solo la distanza economica tra territori, ma anche la minore capacità del lavoro locale di generare valore e benessere.

Le criticità risultano ancora più evidenti nella provincia di Lecce, dove – come evidenziato da Ada Chirizzi – il numero dei disoccupati è in aumento, passando da 29mila a 30mila unità. Il tasso di disoccupazione si mantiene al 10,5%, superiore sia alla media regionale sia a quella dell’anno precedente. A crescere sono soprattutto gli uomini disoccupati, mentre si registra un lieve calo tra le donne, ma il quadro complessivo resta segnato da una fragilità diffusa.

Il contesto, inoltre, si inserisce in una fase di trasformazione più ampia del lavoro, sempre più influenzato da digitalizzazione e automazione. Secondo Chirizzi, la Festa del Lavoro rappresenta oggi un momento non solo celebrativo, ma di riflessione sulle sfide legate a equità, inclusione e giustizia sociale.

Dal punto di vista contrattuale, il bilancio occupazionale resta positivo, ma con una qualità del lavoro in peggioramento. Massimo De Giorgi evidenzia come la crescita sia trainata soprattutto dall’aumento dei contratti a tempo determinato, a fronte di una riduzione di quelli a tempo indeterminato. Fa eccezione la componente dei lavoratori stranieri, per i quali si registra un incremento in entrambe le tipologie.

Particolarmente significativo è anche il dato sul part-time, che coinvolge il 40,2% dei lavoratori dipendenti, una percentuale superiore sia alla media regionale sia a quella nazionale. Un indicatore che contribuisce a spiegare la riduzione delle ore lavorate per individuo e, di conseguenza, il livello contenuto dei redditi.

Nel complesso, dunque, il mercato del lavoro pugliese mostra segnali di miglioramento nei numeri, ma nasconde una realtà più fragile: meno disoccupazione, ma più inattività; più occupati, ma più precari; più lavoro, ma meno reddito. Una dinamica che pone interrogativi urgenti sulle politiche da adottare per trasformare la crescita quantitativa in sviluppo reale e sostenibile.

Redazione

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