“ Vai a spiegare.
Vai a spiegare il mare!
Vallo a spiegare che per noi
gente di mare il solo guardarlo
è già tutto! “
Vincenzo Calafiore
Cominciano le visioni: nel buio di questa notte gitana un’ombra danza flamenco, sensuale più che mai. Vado all’incontro, al sogno, al luogo della passione.
Dopo una notte così non sei più lo stesso, le tue idee sul tempo e la distanza cambiano.
La velocità è un’andatura esasperante per un uomo di questo millennio.
Ma lentamente questa velocità ti possiede.
Bisognerebbe ritornare alla lentezza, al moto della lentezza, e farsi possedere.
Ti invade un immenso, taciturno e incomunicabile rispetto della natura.
Non sei più nessuno come individuo. Sei solo una delle anime che a milioni sono passate da questa terra e si sono soffermate a guardare il mare.
Pensi alle vite perdute, emigranti, pellegrini,illegali, soldati, contrabbandieri.
Allora capisci le leggende di mare sulle voci, le ombre e i morti che ritornano.
Come spiegare che nel mondo antico non contavano le distanze ma i giorni di cammino; non si dimenticava il volto di un amico e si tornava con la speranza di trovarlo dopo giorni di viaggio a piedi.
Dunque contavano i giorni di cammino e la velocità a cavallo o in barca
Aristotele, dice che il tempo è il numero del movimento.
Io dico che la “ Pegasus “ ripristina il nesso naturale fra il tempo e lo spazio, da il tempo di guardare e osservare, ricordare. Di guardare la terra non com’è, ma come la vede chi naviga.
Non conta quanto è grande un promontorio, ma quanto inconfondibile sia.
La mia notte buia!
Non una luce, niente di niente. La terra è lontana …. e mi salva il cielo. Stelle a milioni, viaggio naso per aria, l’orologiaio dell’universo mi indica la strada fra le costellazioni, la rotta è quella di Orione.
Di notte arde anche l’immaginazione, ti porta ancora più lontano, in fondo al buio assoluto dell’universo…. sono immagini, a volte crude, più spesso poetiche, talvolta visionarie.
E’ un viaggio con un orizzonte e una speranza, un futuro. Ma anche con una dimensione interiore.
Come ogni viaggio in questa esistenza da cui il più delle volte viene voglia di scappare piuttosto che rimanerci. Ma ci si immerge anche nel profondo di se stessi, delle proprie paure, del proprio male di vivere.
La “ modernità” finisce ogni giorno e ogni giorno prolunga la sua esistenza con una follia collettiva che occulta ciò che è in piena evidenza: non crediamo alla nostra avventura su questo pianeta. Non abbiamo nessuna religione che ci tiene assieme, nessun progetto da condividere.
Bisognerebbe denunciare l’imbroglio della modernità, il suo aver portato l’umano dalla civiltà del – segno – alla civiltà del -pegno -.
Navighiamo in un mare di merci, e intorno a noi è tutto un panorama periferico abbandonato alla solitudine, all’isolamento, all’impovirimento culturale, alla decadenza sociale, senza onore e dignità.
Per vivere, non abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole il sacro, la spiritualità, ci vorrebbe questo!
Ecco ci vorrebbe l’uomo che sa quando pioverà guardando il cielo che cone le sue mani intreccia la terra e la cultura, non per vendersi meglio, non per smerciare patacche, ma per mettere la sua aria nell’aria del mondo!
Un uomo capace di convincersi che ha qualcosa di miracoloso in se e un futuro che viene da un mare gremito di vele di speranza, da una terra che è un grande “ orto “ con i paesi dentro !
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