Un dialogo millenario, spesso raccontato come uno scontro, ma in realtà costruito su connessioni profonde, scambi continui e reciproche influenze. È questo il filo conduttore dell’intervista a Marco Maovaz, protagonista di un ampio confronto andato in onda su Fast News Platform, che ha offerto una lettura articolata dei rapporti tra Oriente e Occidente, smontando molti luoghi comuni.
“Questa è una storia che parte da lontano – spiega Maovaz – e riguarda due mondi che consideriamo distinti soprattutto dall’Ottocento in poi, dall’epoca degli imperialismi. Prima c’era molta più mobilità di quanto immaginiamo”. Un’affermazione che ribalta la visione tradizionale di civiltà separate e impermeabili. Già in epoche antiche, infatti, gli scambi erano intensi: “Oggetti del Vicino Oriente li ritroviamo nelle tombe etrusche del VII secolo a.C., mentre dal II secolo a.C. cominciano ad arrivare beni attraverso le Vie della Seta”.
Un sistema di rotte commerciali, terrestri e marittime, che collegava direttamente la Cina all’Europa già ai tempi della dinastia Han, contemporanea della fine della Repubblica romana e dei primi secoli dell’Impero. “Fondamentalmente – sottolinea – si crea una rete globale ante litteram”.
Nel racconto di Maovaz emerge anche il ruolo delle percezioni e delle narrazioni nella costruzione dell’immaginario occidentale sull’Oriente. Emblematico il caso del Giappone descritto da Marco Polo: “Lo chiama Cipangu e lo racconta come un paese con gente bianca, di buone maniere e con il palazzo del signore ricoperto d’oro”. Una descrizione indiretta, ma potentissima, che alimentò per secoli il desiderio europeo di raggiungere quelle terre.
Non a caso, ricorda lo studioso, anche Cristoforo Colombo fu influenzato da quel racconto: “Era convintissimo di essere arrivato in Giappone quando sbarca a Santo Domingo. Per anni penserà di aver raggiunto le Indie, non un nuovo continente”. Un errore geografico che avrebbe cambiato la storia.
Il passaggio successivo è quello delle grandi compagnie commerciali europee. “Le compagnie delle Indie – spiega Maovaz – nascono all’inizio del Seicento per gestire i traffici con l’Oriente. Olanda, Francia e Inghilterra capiscono il valore enorme di quei beni”. E il valore era davvero straordinario: “Quando gli inglesi catturano una nave portoghese carica di spezie, lacche e porcellane, scoprono che il contenuto valeva metà del tesoro nazionale dell’Inghilterra”.
Tra i beni più ambiti ci sono quattro elementi chiave: “Sete, porcellane, lacche giapponesi e tè. Erano prodotti che in Europa non si riuscivano a replicare”. Un gap tecnologico e produttivo che alimentava la dipendenza commerciale.
Proprio il commercio del tè e delle porcellane porta a uno degli snodi più drammatici della storia moderna: le guerre dell’oppio. “Gli inglesi si accorsero che stavano pagando la Cina in argento – racconta Maovaz – e decisero di riequilibrare il commercio introducendo oppio prodotto in India”. Una scelta devastante. “L’imperatore cinese disse basta, accusando gli inglesi di avvelenare il paese. Ma le guerre furono vinte dall’Inghilterra e la Cina fu costretta ad aprire i porti”.
Un trauma storico che, secondo Maovaz, ha conseguenze ancora oggi: “Sono eventi che in Italia non ricordiamo, ma che in Cina generano ancora un forte risentimento”.
Il discorso si allarga poi al declino relativo della Cina rispetto all’Occidente. Una questione complessa, che lo studioso collega anche a scelte politiche interne: “La Cina aveva tutte le possibilità per diventare una potenza globale dominante. Aveva costruito una flotta enorme che arrivò fino alle coste africane nel Quattrocento. Ma a un certo punto un imperatore decise di smantellarla”. Una scelta strategica che segnò il futuro: “Si preferì una vocazione continentale, rinunciando all’espansione marittima”.
Diverso il percorso del Giappone, protagonista di una trasformazione rapidissima. “Dopo due secoli di chiusura – spiega Maovaz – il paese si apre e nel giro di pochi decenni diventa una potenza mondiale”. Un cambiamento guidato da una strategia precisa: “I giapponesi chiamano esperti da tutto il mondo. Gli italiani per l’arte, i prussiani per l’esercito, gli americani per l’istruzione”.
Un modello di sviluppo che unisce apertura e identità. “Il Giappone è sì occidentalizzato, ma conserva una struttura culturale profondissima. Penso allo shintoismo, una religione animista che attribuisce sacralità a ogni elemento naturale”. Un approccio che influenza anche la vita quotidiana: “Una tazza da tè può avere un valore quasi spirituale”.
Nel confronto tra Oriente e Occidente, Maovaz invita a superare semplificazioni e contrapposizioni: “Non esistono mondi separati. Sono realtà che si sono sempre guardate, influenzate e, a volte, scontrate”.
Anche il rapporto con gli Stati Uniti viene letto in questa chiave. “Geograficamente sono più vicini all’Asia di quanto lo siamo noi europei”, osserva. E la storia lo dimostra, come nel caso dell’apertura forzata del Giappone nel 1853: “Il commodoro Perry arrivò con le cannoniere e impose un trattato commerciale. Fu uno shock, ma anche l’inizio di una nuova fase”.
Un episodio emblematico della dinamica tra potere militare e scambi culturali. “Perry portò anche doni simbolici – racconta Maovaz – come una locomotiva in miniatura e libri illustrati. Voleva mostrare l’America come una potenza moderna e produttiva”.
Nel complesso, l’analisi restituisce un quadro complesso e attuale. Le dinamiche globali di oggi, tra tensioni geopolitiche e competizione economica, affondano le radici in questi processi storici. “Capire il passato – conclude Maovaz – è fondamentale per leggere il presente. E soprattutto per evitare di ridurre tutto a uno scontro tra civiltà, quando in realtà parliamo di una lunga storia di connessioni”.
Un messaggio che, in un mondo sempre più interconnesso, suona quanto mai attuale.
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