Teheran prende tempo e alza il livello dello scontro con Washington. Secondo l’agenzia iraniana Tasnim, la Repubblica islamica non ha dato il via libera a un nuovo round di colloqui con gli Stati Uniti dopo il primo incontro tenutosi a Islamabad la scorsa settimana. Alla base dello stop, l’annuncio del presidente Donald Trump sul blocco marittimo statunitense e quelle che l’Iran definisce “richieste eccessive” avanzate durante i negoziati.
Sul terreno, la tensione si concentra nello strategico Stretto di Hormuz. Teheran ha annunciato il ritorno al “controllo stretto” dell’area da parte delle proprie forze armate, accusando gli Stati Uniti di violare gli impegni e di condurre operazioni assimilate a “pirateria”. I Pasdaran hanno ribadito che l’Iran manterrà il controllo dello stretto finché il blocco navale non verrà interrotto.
Nonostante ciò, segnali contraddittori arrivano dal fronte diplomatico: fonti iraniane citate da CNN parlano di un possibile secondo round di negoziati già lunedì a Islamabad, anche se Washington non ha confermato ufficialmente.
Intanto, sul piano della sicurezza interna, i Guardiani della Rivoluzione dichiarano di aver smantellato presunte cellule di spionaggio legate a Stati Uniti, Israele e Regno Unito in diverse province del Paese, accusate di attività sovversive e di fomentare disordini.
Teheran resta ferma anche sul dossier nucleare: il governo respinge l’ipotesi di trasferire all’estero l’uranio arricchito, ribadendo una linea dura nelle trattative.
Sul piano regionale, cresce la preoccupazione per un possibile allargamento della crisi. Secondo fonti militari israeliane, lo Stato ebraico sarebbe pronto a replicare in Libano il modello della “linea gialla” già adottato a Gaza, impedendo il ritorno dei civili in alcune aree di confine.
Nel frattempo, il Pakistan si muove come mediatore: il capo dell’esercito, Asim Munir, ha concluso una visita a Teheran per favorire una soluzione negoziata, mentre nello stretto di Hormuz continua il transito controllato di petroliere, segnale di una situazione ancora fluida ma altamente instabile.
Lo scenario resta incerto: tra diplomazia fragile, tensioni militari e interessi energetici globali, il rischio di escalation rimane concreto.
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