Lo Stretto di Hormuz è tornato al centro delle tensioni internazionali. Dopo la recente dichiarazione di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, l’Iran ha deciso di bloccare nuovamente il passaggio delle petroliere attraverso uno dei punti strategici più importanti al mondo, denunciando gli attacchi israeliani contro il Libano come motivo della sospensione. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Teheran avrebbe comunicato ai mediatori regionali che la sua partecipazione ai negoziati previsti venerdì a Islamabad con gli Stati Uniti dipende dallo stop immediato dei raid sul Paese dei Cedri. In altre parole, se gli attacchi israeliani continueranno, l’Iran potrebbe rivedere la decisione di permettere la riapertura dello stretto.
Il presidente americano Donald Trump ha cercato di minimizzare la questione, definendo i raid israeliani “scaramucce separate” contro Hezbollah, specificando che non erano inclusi nell’accordo di cessate il fuoco di due settimane. In un’intervista a PBS News Hour, Trump ha sottolineato che gli attacchi in Libano non facevano parte dell’intesa negoziata con Teheran, ma che la situazione sarebbe comunque stata presa in considerazione dagli Stati Uniti.
Dalla Casa Bianca è arrivata la precisazione che il piano di pace in dieci punti diffuso dall’Iran non corrisponde a quello oggetto dei negoziati con Washington. Un funzionario ha spiegato al New York Times che la versione pubblica diffusa da Teheran differisce dalla “base praticabile su cui negoziare”, come l’aveva definita Trump. La portavoce Karoline Leavitt avrebbe dovuto chiarire ulteriormente la questione nel briefing previsto in serata.
Anche sul fronte internazionale, i leader si muovono con cautela. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha telefonato a Trump, sottolineando l’importanza di non permettere che il processo di pace venga sabotato. Erdogan ha espresso soddisfazione per la finestra temporale di due settimane aperta dal cessate il fuoco e ha ribadito l’impegno della Turchia a sostenere gli sforzi di mediazione insieme ai Paesi amici, in particolare al Pakistan, che ospiterà i colloqui.
Secondo quanto riferito dai media internazionali, il governo di Tel Aviv sarebbe stato informato troppo tardi dell’intesa tra Stati Uniti e Iran e non ne avrebbe gradito alcuni termini, soprattutto l’inclusione del Libano, considerato da Israele un teatro separato rispetto all’Iran. In risposta, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha convocato in serata una riunione del gabinetto di sicurezza per valutare gli sviluppi della situazione e definire la strategia del Paese di fronte ai raid in corso.
Infine, anche il Pakistan, tramite il premier Shehbaz Sharif, ha invitato tutte le parti a esercitare moderazione e a rispettare il cessate il fuoco, sottolineando che ogni violazione mina lo spirito del processo di pace.
La situazione resta quindi estremamente tesa: lo Stretto di Hormuz chiuso, i raid israeliani sul Libano e le condizioni poste dall’Iran rendono incerta la prosecuzione dei negoziati, mentre le diplomazie regionali e internazionali cercano di preservare la fragile tregua e di sfruttare la finestra temporale di due settimane per un possibile accordo di pace duraturo.
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