Per tanti anni, quasi una vita intera, svegliarmi con la stessa visione, stesso desiderio: tornare a casa, tornare al mio Sud.

E’ come il soldato romano stanco di tante battaglie, che torna a casa e appende al muro la sua uniforme, la sua arma, per dedicarsi ai ricordi di un’esistenza diversa e distante.

Ora sono dentro il tempo della ricordanza, l’ultimo che è rimasto a mia disposizione, e vorrei viverlo “ a casa mia, nella mia terra “; mi resta il ricordo di un treno che corre sui binari, di città attraversate e campagne, vallate, cose che non ho mai perduto di vista.

Ricordo tutto. Quell’ultima volta, dopo Bologna, stavamo scivolando pian piano verso Sud, le prime spiagge, le stazioni circondate dagli oleandri e gelsomini, e l’aria mite! Il cielo muta via via che attraversiamo galleria dopo galleria monti e colline, il cielo non è più lo stesso, il vento anima, nuvole bianche e svaporate alte su un paesaggio da fiaba.

Ero abbagliato ogni volta e stupito d’esserlo.

Di quelle folli corse serbo un ricordo prezioso e irreale al tempo stesso, conquistato dai colori e dalle magie del Sud.

L’alba al Nord è diversa. Sul balcone sospeso sul nulla, carezzo un fiore selvatico. Giro a vuoto lo sguardo. E’ tutto così “lavato “… il cielo, l’orizzonte, come fosse appena passato un temporale, là in quel momento, uscii dalla realtà. Fissavo il mio mare lontano, blu come il cielo. Mi ricordo il canto della risacca: un suono soffocato, ma che si ripercuoteva in me come un susseguirsi d’onde.

Ero solo al mondo, il mare, io in piedi a guardarlo e respirarlo.

Il mio sguardo attraversa la lontananza, è un volo fantastico, fiabesco.

Avrei dato tutto, dico tutto, per rivedere la mia terra, per passeggiare in riva al mare com’era mia abitudine o per restare immobile a guardare il mare.

Per la prima volta nella mia vita volevo l’impossibile: rimanere in quelle visioni, nella mia terra, vicino al mio mare.

Una pioggia sottile cominciò a cadere, mi ricordò di essere in un altro mondo col cielo basso e grigio …. al Nord !

La pioggia si posa senza rumore sulle foglie degli alberi e sul balcone dove lascia tracce scure.

Villa San Giovanni, la stazione dei miei ritorni ( quando con una parola mi raffigurava l’inverno abbandonando tutto, per darmi al tempo che stava per venire), proprio mentre ero in equilibrio tra il desiderio di rimanere e il dovere partire, ebbi a un tratto la sensazione, precisa, gelida, di ciò che sarebbe stata la solitudine.

Solo il passato immediato veniva a galla e oltre l’abisso, sulla riva, rimaneva la mia esistenza, fino al prossimo ritorno.

Così ho imparato che non si possono fermare le onde del tempo che si accavallano sempre più rapidamente.

Annegare o respirare, ma io non volevo né l’una né l’altra cosa, rifiutavo tale scelta.

La vita preme tirannicamente: “ Vivi o muori “ dice, e io resto fermo.

Non sono che una facciata… ma senza questa facciata sarei crollato chissà quante volte.

Chiudo gli occhi per sognare,rivedere il mio passato e riviverlo tutto, ma una luce abbagliante mi si accende sotto le palpebre…. imparo, ho imparato a conoscere la solitudine del vivere lontano dal mio mare, dalla passeggiata al mare più bella del mondo.

Vincenzo Calafiore

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