Umbria

A Perugia il Convegno SFI “Forme della cura e della relazione”, Marianelli: «La cura è la forma adulta della relazione»

Giovedì 19 marzo 2026 si è aperto a Perugia il Convegno nazionale della Società Filosofica Italiana, dedicato al tema “Forme della cura e della relazione”. Il Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Perugia, prof. Massimiliano Marianelli, ha pronunciato un discorso di apertura nel quale ha sottolineato il valore della cura e della relazione come pratiche fondamentali per la convivenza, la ricerca e l’educazione.

Di seguito pubblichiamo integralmente il testo del discorso, suddiviso per sessioni e temi principali, così da facilitare la lettura e la comprensione del programma e delle riflessioni del Rettore.

Discorso integrale del Magnifico Rettore prof. Massimiliano Marianelli

Buon pomeriggio a tutte e a tutti, e benvenute e benvenuti a Perugia.

È per me un onore aprire i lavori di questo Convegno nazionale della Società Filosofica Italiana, dedicato a un tema che considero essenziale: “Forme della cura e della relazione”. 

Ringrazio anzitutto la Presidente della SFI, prof.ssa Clementina Cantillo, per la sua presenza e per la fiducia accordata alla nostra sede. Ringrazio il prof. Marco Moschini, Direttore del Dipartimento FISSUF e Presidente della Sezione SFI di Perugia, per il lavoro organizzativo e scientifico che ha reso possibile questo appuntamento; e ringrazio la Fondazione Moretti-Costanzi, nella persona del suo Presidente Fabrizio Figorilli, per il patrocinio e il legame vivo con una figura—Teodorico Moretti-Costanzi—che, nel trentennale della scomparsa, torna qui non come memoria inerte, ma come domanda che continua a generare ricerca e confronto.

Un ringraziamento vero anche alla segreteria organizzativa e a tutte le colleghe e i colleghi che hanno lavorato dietro le quinte: è già, questo, un primo gesto di cura. 

Vorrei cominciare con una tesi semplice: cura e relazione non sono parole “buone” da mettere nei titoli. Sono parole dure, esigenti. Perché nominano ciò che tiene insieme l’umano quando l’umano rischia di sfilacciarsi. E il fatto che qui si parli di forme è decisivo: non stiamo facendo un convegno sul sentimento della cura o sulla retorica della relazione; stiamo chiedendo quali strutture, quali pratiche, quali linguaggi rendono la cura possibile, e quali relazioni la rendono reale.

Qui entra una chiave che mi è particolarmente cara—non come fissazione teorica, ma come criterio di lettura del presente: la chiave del “tra”.

C’è una parola antica, metaxy, e una parola contemporanea, in-between, che dicono la stessa cosa: l’umano non è un blocco chiuso; è uno spazio di mediazione, un “tra” che tiene insieme differenze senza annullarle. Ecco: la cura è una pratica del “tra”. È il modo in cui custodiamo le differenze perché non diventino distruzione; è il modo in cui abitiamo le fratture perché non diventino cinismo; è il modo in cui trasformiamo la distanza in riconoscimento.

Per questo, guardando il programma, mi colpisce la coerenza profonda delle sessioni: non sono “temi accostati”; sono variazioni di un’unica domanda: in quali luoghi, in quali passaggi, in quali confini l’umano viene curato—e in quali invece si perde?

La prima sessione, “cura e relazioni tra le culture”, mette subito a fuoco un punto cruciale: la cura non nasce da una genericità benevola, nasce da un lavoro preciso sulle mediazioni—sui testi, sulle tradizioni, sulle parole, sui contesti. E la proposta di una filologia come cura e relazione ci ricorda che “capire” non è possedere: è rispettare la distanza, è sostare nel tempo dell’interpretazione, è non violentare l’altro con la fretta. 

La seconda sessione, sulle “genealogie dell’umano tra bios e storicità”, apre una frontiera che oggi è inevitabile: come tenere insieme la dimensione biologica e la dimensione storica senza ridurre l’una all’altra? Mi sembra importantissimo che compaiano parole come “paradigma ecosistemico dell’umano”, e insieme la riflessione sul metaxy platonico e su Vico: perché qui si gioca una domanda radicale—non solo “chi siamo”, ma da dove nasce l’umano quando lo pensiamo come relazione, e non come monade? 

La terza sessione, “cura e gestione dell’umano tra naturale e artificiale”, tocca forse il luogo più “sensibile” del nostro presente. Quando parliamo di intelligenza artificiale, di robotica, di tecnologie pervasive, la domanda non è solo cosa queste tecnologie possano fare, ma che cosa ci chiedono di diventare. E qui la cura è un criterio: cura come governo della tecnica, come responsabilità nella delega, come vigilanza sul rischio di ridurre la persona a dato, la relazione a interfaccia, l’intelligenza a prestazione. Mi colpisce molto che compaiano temi come l’“empatia verso i robot”: perché ci obbligano a domandarci dove sta la soglia del riconoscimento, e come preservare ciò che è propriamente umano senza cedere né alla demonizzazione né all’utopia tecnica. 

La quarta sessione, “la dimensione del politico tra individuo e comunità”, ci riporta al cuore della filosofia pratica: la convivenza. In un tempo in cui la politica rischia di diventare gestione, amministrazione, talvolta comunicazione senza sostanza, parlare di cura significa tornare alla radice: la città è una forma di relazione. E non c’è relazione senza responsabilità. La vulnerabilità, la democrazia come pratica, persino la “colpa della libertà” evocano una domanda seria: come tenere insieme libertà e legame, differenza e bene comune, conflitto e riconoscimento, senza scivolare nella logica dell’inimicizia? 

La quinta sessione, “insegnare la cura e la relazione”, per un’università è decisiva. Perché qui la cura non è solo oggetto di riflessione: è forma dell’educazione. Insegnare non è soltanto trasmettere contenuti; è accompagnare, dare strumenti, generare fiducia, costruire contesti in cui le persone possano crescere senza essere schiacciate. Se la cura è un processo, allora l’insegnamento è uno dei luoghi in cui questo processo prende corpo, ogni giorno: nelle aule, nei laboratori, ma anche nei linguaggi con cui ci rivolgiamo agli studenti e tra di noi. 

La sesta sessione, “le relazioni tra i saperi”, tocca una questione che oggi non è più “elegante”, ma necessaria: nessuna disciplina basta a se stessa. E non per moda interdisciplinare, ma perché i problemi reali—salute, ambiente, tecnologie, giustizia sociale—sono strutturalmente complessi. La cura, qui, diventa cura della conoscenza: capacità di tenere insieme rigore e apertura, identità disciplinare e dialogo, evitando sia l’autosufficienza sterile sia il sincretismo superficiale. 

Infine, la settima sessione, “arte e riconoscimento”, chiude il cerchio in modo potentissimo. Perché l’arte è uno dei luoghi in cui l’umano si riconosce: non come definizione astratta, ma come esperienza. Catarsi, performance, memoria, giustizia riparativa: sono parole che dicono che la cura non è soltanto riparazione di un danno, ma riapertura di senso, possibilità di riconciliazione, trasformazione del dolore in responsabilità condivisa. È un modo alto per ricordare che la cura non riguarda solo l’individuo, ma i legami, e quindi la comunità. 

Ecco perché, se dovessi dire in una frase l’orizzonte di questo convegno, direi così: la cura è la forma adulta della relazione. E la relazione è il “tra” che ci costituisce: tra natura e storia, tra individuo e comunità, tra sapere e vita, tra fragilità e speranza.

Vorrei chiudere con un augurio semplice, ma impegnativo: che questi giorni siano davvero un laboratorio, non solo di idee, ma di pratiche—cura delle parole, cura dei gesti, cura dei passaggi istituzionali e dei legami umani che rendono possibile una comunità di ricerca.

Grazie ancora a tutti per essere qui. Buon lavoro, e buon convegno.

Redazione

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