La tensione internazionale attorno allo Stretto di Hormuz si arricchisce di nuove dichiarazioni che riflettono posizioni profondamente divergenti tra Occidente, Medio Oriente e Russia. A rilanciare la versione iraniana degli eventi è stato il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, che ha accusato Stati Uniti e Israele di aver cambiato strategia nel corso del conflitto.
Secondo Araghchi, all’inizio della guerra gli Stati Uniti e Israele avrebbero puntato a ottenere una “resa incondizionata” da parte dell’Iran, salvo poi trovarsi costretti a chiedere il sostegno di altri Paesi per garantire la sicurezza del traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz.
Il ministro iraniano ha richiamato anche la cosiddetta guerra dei dodici giorni dello scorso anno, sostenendo che lo schema si stia ripetendo.
“All’inizio della guerra hanno iniziato con la richiesta di resa incondizionata e alla fine, dopo 12 giorni, hanno chiesto per favore un cessate il fuoco senza condizioni”, ha dichiarato.
Secondo Araghchi, anche nel conflitto in corso la dinamica sarebbe simile. “Questa volta hanno messo in campo tutte le loro forze perché quella resa incondizionata si realizzasse”, ha affermato, aggiungendo che “oggi, dopo quasi 15 giorni di guerra, ricorrono a Paesi che fino a ieri consideravano nemici e chiedono ad altri di aiutarli affinché lo Stretto di Hormuz rimanga aperto”.
Al centro del dibattito internazionale c’è la richiesta avanzata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump agli alleati affinché contribuiscano con assetti militari navali per garantire la sicurezza delle petroliere nello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio energetico globale.
Sul tema è intervenuto anche il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski, che ha precisato come al momento non sia stata attivata alcuna procedura formale nell’ambito della NATO.
“Esiste una procedura per discutere tali questioni. Per quanto ne so, questa procedura non è ancora stata attivata”, ha spiegato Sikorski. Tuttavia, ha aggiunto che se la Nato dovesse chiedere ufficialmente di affrontare il tema, Varsavia sarebbe pronta a valutarlo.
“Se la Nato ci chiedesse di discutere la questione, ovviamente, per rispetto e simpatia nei confronti del nostro alleato americano, la valuteremmo con molta attenzione”.
Il capo della diplomazia polacca ha anche espresso una certa preoccupazione per il linguaggio utilizzato da Trump nei confronti dell’Alleanza Atlantica, sottolineando che il presidente americano si riferirebbe alla Nato come “loro” o “l’Europa” piuttosto che come “noi”.
La crisi mediorientale sta già producendo effetti sui mercati energetici. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato che l’aumento dei prezzi del petrolio, insieme a un temporaneo allentamento delle sanzioni statunitensi, sta generando entrate aggiuntive per le compagnie energetiche russe.
Secondo Peskov, i maggiori ricavi delle aziende petrolifere si traducono automaticamente in maggiori entrate fiscali per il bilancio dello Stato russo, rafforzando così le finanze di Mosca in una fase di forte volatilità geopolitica.
Nel frattempo, l’attenzione diplomatica europea resta puntata anche sulla crisi in Libano. Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha parlato apertamente di una situazione “vergognosa”, denunciando centinaia di migliaia di sfollati, violazioni della sovranità nazionale e del diritto umanitario, oltre al rischio di un’invasione di terra.
“L’Europa deve dare un segnale”, ha affermato Albares a margine del Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea. Secondo il capo della diplomazia spagnola, l’Europa deve mantenere coerenza nella difesa dei civili e del diritto internazionale, sia nel conflitto in Ucraina sia nelle crisi del Medio Oriente.
Nel frattempo, la sicurezza dello Stretto di Hormuz resta uno dei nodi strategici più delicati della crisi, con il rischio che il confronto diplomatico tra le potenze coinvolte possa trasformarsi in un ulteriore fattore di instabilità per l’intero mercato energetico globale.
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