Lazio

«Oltre la pubblica sicurezza: il ruolo strategico delle Capitanerie di porto Guardia Costiera

di Paolo Fedele *

Questo intervento nasce non da una proposta casuale, ma dal dibattito recente in cui ha preso la parola un sindacalista proveniente da una lunga e ventennale esperienza nella rappresentanza militare, sottolineando la necessità di riconoscere il personale delle Capitanerie di porto – Guardia costiera come operante in ambito di pubblica sicurezza.

Pur condividendo l’importanza del riconoscimento come personale di pubblica sicurezza, il nostro punto di vista guarda a una prospettiva più ampia: le Capitanerie di porto non svolgono solo funzioni di pubblica sicurezza, ma esercitano già quotidianamente attività di polizia giudiziaria, amministrativa, vigilanza specialistica, controllo del territorio marittimo e portuale, prevenzione e contrasto degli illeciti, salvaguardia della vita umana e tutela ambientale, in particolare nella gestione dei rifiuti marini.

Il Corpo svolge un ruolo esclusivo e specializzato nel contrasto al traffico illecito dei rifiuti, come previsto dall’art. 260 del D.lgs. 152/2006, intervenendo direttamente in mare e nelle aree portuali, con funzioni di vigilanza e polizia giudiziaria per prevenire e reprimere questi crimini ambientali, attività che lo rendono insostituibile nel sistema di controllo marittimo.

Riconoscere formalmente il Corpo come forza di polizia significa rendere strutturale e pienamente coerente con l’ordinamento il ruolo già svolto sul campo, superando la visione limitata alla sola pubblica sicurezza. La storia ordinamentale italiana mostra come la funzione militare e quella di polizia possano coesistere: l’Arma dei Carabinieri, nata come corpo dell’Esercito, ha consolidato nel tempo il proprio ruolo fino al pieno riconoscimento come forza di polizia a competenza generale.

Sul piano legislativo, già nel 2006, durante la XVI legislatura, l’allora deputato Mario Tassone presentò la proposta di legge PdL 5065, volta a modificare la legge 121/1981 e il Codice della Navigazione, attribuendo formalmente alle Capitanerie di porto lo status di forza di polizia e rafforzando le funzioni di polizia giudiziaria e amministrativa già esercitate.

Successivamente, nel 2012, sempre durante la XVI legislatura, lo stesso onorevole Mario Tassone presentò una nuova proposta di legge, finalizzata a consolidare ulteriormente le funzioni di polizia giudiziaria del Corpo e a definire con maggiore chiarezza l’inquadramento giuridico del personale come forza di polizia, integrando anche il servizio di assistenza alla navigazione marittima. Questa iniziativa, pur non approvata, costituisce un riferimento normativo e storico rilevante, confermando la centralità della questione nel dibattito istituzionale.

Questa riflessione assume particolare rilievo nell’attuale fase storica, in cui il Ministro della Difesa Guido Crosetto sta valutando una revisione dei meccanismi del sistema difesa e sicurezza nazionale. In tale contesto, un diverso inquadramento ordinamentale delle Capitanerie di porto, coerente con le funzioni effettivamente svolte, rappresenta un’opportunità per ottimizzare risorse, responsabilità e professionalità, senza sottrarre competenze ad altri corpi, ma rendendo il sistema più coerente ed efficiente.

Il mare è frontiera strategica e spazio di legalità: chi lo presidia per conto dello Stato merita un riconoscimento giuridico pieno e allineato ai compiti effettivamente esercitati, incluso il contrasto esclusivo e specializzato al traffico illecito dei rifiuti, come previsto dall’art. 260 del D.lgs. 152/2006, con benefici sul piano economico, miglioramento del benessere del personale militare e maggiore attrattività, rendendo l’arruolamento più interessante per nuovi ingressi.

* Vice Segretario Nazionale USIM

Redazione

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