Sport

Settori giovanili Under 12, il vero risultato non è il punteggio: Italia, Spagna e Inghilterra a confronto

di Francesco La Gamba *

Nel calcio dei più piccoli, fino ai 12 anni, il risultato più importante non è quello che compare sul tabellone. È una verità che spesso si fatica ad accettare, soprattutto in un Paese come l’Italia dove la cultura tattica è radicata fin dalle prime categorie. Eppure, osservando ciò che accade nei settori giovanili di Italia, Spagna e Inghilterra, emerge con chiarezza come le differenze metodologiche incidano profondamente sul profilo dei giocatori che crescono.

In Italia, già nelle categorie Under 12, il focus è frequentemente orientato verso l’organizzazione tattica. Posizioni, moduli, equilibrio, lettura delle situazioni di gioco: il bambino viene inserito presto in un sistema strutturato. L’errore è spesso percepito come qualcosa da correggere immediatamente, da evitare. La giocata creativa viene accettata, ma quasi esclusivamente se produce un vantaggio concreto e immediato.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ragazzi ordinati, disciplinati, con una buona capacità di interpretare le fasi del gioco. Tuttavia, non di rado emergono anche limiti evidenti: minore propensione al rischio, pochi uno contro uno tentati, una certa paura di sbagliare che frena l’iniziativa individuale.

In Spagna, l’approccio è radicalmente diverso. Il centro del percorso formativo è la palla. Gli allenamenti privilegiano il controllo, il passaggio corto, il possesso, il gioco in spazi ridotti. Campi piccoli, tanti tocchi, decisioni continue. Qui l’errore non rappresenta un problema, ma una tappa naturale del processo di crescita. Il bambino decide, prova, sbaglia, riprova.

Da questo modello emergono giocatori con una tecnica individuale molto sviluppata, grande fiducia nei propri mezzi e personalità nella gestione del pallone. Forse meno strutturati fisicamente o meno precoci nella fase difensiva, ma dotati di una base tecnica estremamente solida, costruita sulla confidenza quotidiana con la sfera.

In Inghilterra, invece, domina l’intensità. Le sedute sono dinamiche, caratterizzate da continui 1vs1, 2vs2, transizioni e ritmi elevati, pur mantenendo la dimensione ludica del gioco. Il bambino è davvero al centro del progetto: si lavora molto sulla fiducia, sulla personalità, sulla competitività sana. L’errore non solo è accettato, ma talvolta incoraggiato come strumento per sviluppare coraggio e intraprendenza.

Il profilo che ne deriva è quello di un giovane calciatore intenso, diretto, che non teme il confronto individuale e affronta l’uno contro uno con determinazione.

Il confronto, mettendo insieme i tre modelli, è chiaro: in Italia l’errore tende a essere penalizzato, in Spagna viene accettato, in Inghilterra persino valorizzato come occasione di crescita. E fino ai 12 anni questa differenza metodologica può segnare in modo decisivo il percorso di un giovane atleta.

La verità, forse scomoda, è semplice: in questa fascia d’età non si costruiscono squadre vincenti, si costruiscono calciatori. E soprattutto si formano uomini pronti ad affrontare il futuro, dentro e fuori dal campo.

* Riceviamo e pubblichiamo

Redazione

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