Categories: Spettacolo

“Emilia Cowboy”: un viaggio tra le ombre del dolore e le luci dell’amore per risalire in superficie

Con l’uscita di “Emilia Cowboy” il 28 novembre, i Fattore Rurale lanciano una serie di date live che iniziano il 6 dicembre al Bastione (Pc). La band, nota per la sua “versatilità nei concerti”, non si preoccupa della forma — che sia in duo o in full band — purché il messaggio arrivi. L’album stesso, con la sua esplorazione di amore, morte e desolazione, è costruito per creare una “condivisione profondissima” con il pubblico. Ascoltare “Emilia Cowboy” è l’inizio di un patto: accettare i propri peccati per poi gridare insieme le proprie urla. Un appuntamento dal vivo da non perdere per chi cerca un’esperienza musicale autentica.

“Emilia Cowboy” viene descritto come un viaggio tra le ombre del dolore e le luci dell’amore per risalire in superficie. Qual è il vero filo conduttore che lega brani così intensi e cosa sperate di trasmettere con questo progetto?
Il Fattore Rurale con “Emilia Cowboy” vuole porre l’attenzione sul dualismo tra bene e male, creando tra le due parti un confine sottile che non viene mai valicato, ma che permette ai due sentimenti di fondersi, così che l’essere umano possa sentirsi completamente vivo sia nella luce che nelle tenebre. In questo ultimo album si ripresenta ancora, come un’ossessione, l’eterno ritorno: una filosofia al centro del nostro motto, “Morte Amore Desolazione”.

Dall’eroe ribelle Ned Kelly ne “Gli spiriti della foresta” alla nebbia che avvolge “Rispetta il dolore”, il disco sembra nutrirsi di suggestioni molto forti. Quali sono state le principali ispirazioni, artistiche e personali, che hanno influenzato la scrittura di questo album?
Noi scriviamo principalmente quello che viviamo e vediamo direttamente: emozioni vere provate sulla pelle. A volte raccontiamo anche di eroi ribelli che spesso non ricevono la gloria che meritano.

La produzione di un disco così profondo richiede una grande sintonia. Avete lavorato con qualcuno di speciale per la scrittura, l’arrangiamento o la produzione di “Emilia Cowboy”? Com’è nata questa collaborazione?
Scrivo parole che poi mescolo alla musica: è così che nascono le nostre canzoni. Le porto in sala prove e, insieme a Riccardo “Trivella” Polledri, le suoniamo finché non iniziano a vivere di vita propria. In questo caso specifico, tutto è stato così naturale e veloce che quasi non ce ne siamo resi conto. La produzione artistica è totalmente affidata a me, ma grazie a Giovanni Sala e James Prosser — due amici prima ancora che due fonici formidabili — siamo riusciti a rendere immortali questi brani.

Tra le riflessioni esistenziali di “Prendimi e portami via” e la passione esplosiva di “Fulmini”, c’è un brano di questo album a cui vi sentite particolarmente legati? Perché rappresenta meglio di altri il vostro percorso?
Non c’è un brano particolare a cui siamo più legati: il disco nella sua totalità è un viaggio e, per compierlo, ogni canzone è fondamentale.

In “Revolver” criticate la superficialità della vita moderna, ricordando che ogni giorno può essere l’ultimo. Ora che il disco è fuori, qual è il messaggio principale che vorreste arrivasse dritto al cuore di chi lo ascolta?
Che le piccole cose sono importanti e che l’essere umano è insignificante rispetto alla vastità dell’universo.

Chiara Stanzani

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