di Paolo Fedele *
La Calabria è una terra che ha imparato a resistere.
A resistere ai pregiudizi, all’abbandono, alle promesse mancate. Per troppo tempo è stata raccontata solo per ciò che non funzionava, come se le sue difficoltà fossero una condanna definitiva, un destino immutabile scritto da altri.
Eppure la Calabria è molto di più.
È una terra che non ha mai smesso di lottare, anche quando tutto sembrava fermo, anche quando la speranza appariva un lusso. Una regione viva, orgogliosa, che ha continuato a camminare nonostante il peso di narrazioni ingiuste e di problemi reali mai risolti fino in fondo.
Oggi, tra mille questioni ancora aperte e critiche che non possono e non devono essere ignorate, qualcosa sta cambiando. Con il governo regionale guidato da Roberto Occhiuto, la Calabria sta provando a rialzare la testa, a rompere il silenzio, a tornare protagonista nei luoghi in cui si decide il futuro.
Che piaccia o non piaccia, Roberto Occhiuto sta dimostrando capacità di governo e, soprattutto, una volontà chiara di cambiare le cose. È un dato di fatto di cui bisogna dare atto, al di là delle appartenenze politiche. In una terra abituata per troppo tempo all’immobilismo, anche la determinazione diventa un segnale politico forte.
Non è un cambiamento fatto di slogan o annunci vuoti.
È fatto di opere che iniziano a vedersi, di cantieri che si sbloccano, di una Regione che torna a programmare e a investire. È fatto anche di una nuova narrazione: campagne di promozione che mostrano la bellezza e il potenziale della Calabria, eventi come il Capodanno che restituiscono un’immagine diversa, moderna, viva, capace di attrarre e di raccontarsi senza complessi.
I problemi storici restano: la sanità, le infrastrutture, il lavoro, le disuguaglianze. Nessuno lo nega. Ma oggi c’è un segnale nuovo, forse il più importante: la consapevolezza che questa terra non è condannata all’emergenza permanente. Che può essere governata. Che può progettare. Che può pretendere futuro.
È questo il vero cambiamento in atto: l’immagine di una Calabria che non chiede più scusa per esistere. Una Calabria che torna a parlare con voce ferma, che dialoga con lo Stato e con l’Europa, che rivendica il diritto allo sviluppo senza rinnegare la propria identità.
Questa non è la Calabria perfetta.
È la Calabria reale.
Una Calabria che prova, finalmente, a credere in se stessa.
E quando una terra ferita ricomincia a credere nel proprio valore, non è solo politica: è orgoglio, dignità, riscatto collettivo.
* Riceviamo e pubblichiamo
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