La questione non riguarda più solo la qualità dell’informazione, ma la tenuta stessa della professione. A Perugia — come sempre più spesso accade in molte città italiane — circolano presunti episodi di cronaca avvenuti sui mezzi pubblici, attribuiti con precisione a luoghi e situazioni che, alla verifica, risultano quantomeno discutibili. Una dinamica che solleva interrogativi pesanti: perché non si verifica con i soggetti realmente interessati prima di diffondere una notizia? Perché si preferisce inseguire la prima voce, magari utile a “cavalcare l’onda”, invece di controllare i fatti?
Il fenomeno non è isolato: accade a Milano come a Roma, a Palermo come a Torino. E, sottolineano molti professionisti, succede sempre più spesso. La velocità dell’informazione — soprattutto quella che viaggia sui social — sembra prevalere su accuratezza e rigore, trasformando una presunta ricostruzione in una notizia, una quasi verità. Un corto circuito che rischia di minare definitivamente la fiducia dell’opinione pubblica.
“Un tempo si verificavano le notizie. Oggi si prende la prima versione, non la si controlla e diventa titolo. Ma dov’è finito il nostro mestiere di giornalisti? E quello degli editori?”, è la denuncia che emerge con forza dal mondo dell’informazione.
La domanda che molti si pongono è inevitabile: l’Ordine dei Giornalisti dovrebbe intervenire? Probabilmente sì, sostengono diverse voci della categoria, perché in gioco non c’è soltanto la deontologia, ma la credibilità stessa della professione. Senza verifica, senza responsabilità, senza rigore, il giornalismo rischia di diventare altro. E di perdere ciò che lo distingue da una semplice opinione che rimbalza in rete.
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