La seconda visita ufficiale di Stato del presidente statunitense Donald Trump nel Regno Unito, svoltasi tra il 17 e il 18 settembre 2025, è stata un evento senza precedenti. Mai prima d’ora un capo della Casa Bianca aveva ricevuto due inviti di Stato consecutivi. La scelta della monarchia britannica e del governo guidato da Keir Starmer risponde a precise esigenze politiche ed economiche: rafforzare il legame con Washington, attrarre investimenti e mostrare una rinnovata centralità del Regno Unito sullo scacchiere internazionale.
Il Paese attraversa una fase complessa. L’inflazione contenuta a fatica, il rallentamento industriale e i contraccolpi delle crisi energetiche e geopolitiche pesano sull’agenda del governo laburista. Starmer, insediatosi poco più di un anno fa, ha bisogno di risultati tangibili per convincere l’opinione pubblica che la sua leadership può guidare il Regno verso una crescita stabile. In questo quadro, la partnership con gli Stati Uniti appare vitale: il “rapporto speciale” anglo-americano è storicamente un pilastro della politica estera britannica, ma oggi assume una valenza più pragmatica che mai.
La visita si è aperta con la tradizionale cerimonia a Windsor. Trump e la first lady Melania sono stati accolti dal Re Carlo III e dalla Regina Camilla, affiancati dal principe e dalla principessa di Galles. Parate militari, processione in carrozza, bande regali e salve di cannone hanno scandito un protocollo che richiama la tradizione imperiale, studiato nei minimi dettagli per impressionare l’opinione pubblica internazionale.
Non è mancato un momento di forte carica simbolica: Trump ha deposto una corona di fiori sulla tomba di Elisabetta II, nella Cappella di St George. Un gesto che ha voluto sottolineare la continuità storica dei rapporti tra le due Nazioni. La giornata è culminata con il banchetto reale nella St George’s Hall, dove il presidente americano e il sovrano hanno brindato all’amicizia tra i due popoli davanti a centinaia di ospiti selezionati tra politica, diplomazia e business.
Il giorno successivo Trump si è spostato a Chequers, residenza ufficiale del premier britannico. Con Keir Starmer ha discusso temi centrali: rapporti commerciali, cooperazione tecnologica, politica estera, dalla guerra in Ucraina alla crisi mediorientale.
Il risultato più tangibile della visita è stato l’annuncio di un pacchetto record di investimenti americani nel Regno Unito, pari a circa 150 miliardi di sterline. L’accordo, battezzato Tech Prosperity Deal, coinvolge i giganti della tecnologia e punta su settori strategici come l’intelligenza artificiale, il calcolo quantistico, l’energia nucleare e le infrastrutture digitali.
Microsoft, in particolare, ha promesso 22 miliardi di sterline per la realizzazione del più grande supercomputer britannico e nuove infrastrutture dedicate all’AI. Secondo Downing Street, l’intesa potrebbe generare 7.600 nuovi posti di lavoro, un segnale di fiducia nell’economia britannica che Starmer non ha esitato a rivendicare come un successo personale.
Tuttavia, restano irrisolti alcuni nodi: le tariffe sull’acciaio e le dispute commerciali su vari settori non hanno trovato soluzioni concrete. Segno che, al di là degli annunci, permangono divergenze strutturali tra le due economie.
La visita di Trump a Londra può essere letta su più piani. Da un lato, rappresenta una prova di forza diplomatica per il governo britannico, che riesce a strappare promesse di investimenti in un momento delicato per l’economia. Dall’altro, offre a Trump un palcoscenico regale per consolidare la propria immagine internazionale, proiettandosi come leader capace di stringere accordi vantaggiosi.
Sul piano geopolitico, le divergenze restano. La posizione americana sulla Russia e sui conflitti in Medio Oriente non coincide del tutto con la linea europea e britannica. Ma entrambe le parti hanno scelto di mettere in primo piano i temi economici, più immediati.
Un’operazione, insomma, di reciproca convenienza. Londra guadagna miliardi e prestigio, Washington ribadisce la centralità del suo presidente sulla scena globale.
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