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Aabu: “Silenzio” è il nostro grido contro l’indifferenza

Con il nuovo singolo “Silenzio”, gli AABU tornano a interrogare le zone grigie del nostro vivere quotidiano, puntando il dito contro l’apatia, l’indifferenza e il non detto. Il brano non è solo una denuncia, ma un invito a parlare, ad ascoltare davvero, a riconoscere il peso che ogni silenzio può portare con sé. In un’epoca in cui tutto è comunicazione, il vero rischio è proprio quello di smettere di comunicare per davvero.

La voce degli AABU si fa collettiva, non per proclamarsi portavoce, ma per ribadire che ogni gesto autentico – e ogni nota sincera – può essere politico. “Silenzio” è un atto di presenza: non urla per farsi notare, ma per farsi capire. Nell’intervista, il gruppo racconta la genesi del brano, il suo significato profondo e il bisogno, oggi più che mai, di far entrare la luce laddove troppo a lungo abbiamo taciuto.

Avete definito “Silenzio” un atto di resistenza. In che modo la musica può ancora essere politica, secondo voi?
Oggi tutto può essere un atto politico, nel senso più profondo del termine: una maglietta, un post, uno sguardo.
La musica non fa eccezione. Quando un brano veicola un messaggio autentico, che tocca le dinamiche del vivere insieme, allora è inevitabilmente politica.
Non parliamo di politica di partito, ma di quella etica, sociale, umana. Se in una canzone raccontiamo un disagio, un’ingiustizia, una verità che ci tocca tutti… stiamo facendo politica. È un modo per dire al mondo: “questa è la nostra visione, questo è ciò che non vogliamo più accettare.”

Quali forme di indifferenza o apatia avete voluto combattere con questo brano?
Soprattutto l’apatia emotiva.
Restare in silenzio, nei rapporti o nella società, significa arrendersi. Se non ti fai sentire, nessuno potrà capirti o starti vicino davvero.
Allo stesso modo, se vediamo qualcosa che non va e non lo diciamo, stiamo delegando e qualcuno può scegliere per noi.
Il silenzio può sembrare innocuo, ma è spesso il volto dell’indifferenza. Con “Silenzio” chiediamo di smettere di far finta di niente. Diciamo quello che ci fa male. Facciamo entrare la luce.

Oggi urlare è diventata una necessità, ma spesso si grida nel vuoto. Come si costruisce un messaggio che resti?
Bella domanda. Non abbiamo una formula.
Possiamo solo dire che per noi urlare è sempre stata una necessità.
Non sappiamo se i nostri messaggi attecchiscono, ma sappiamo che non possiamo restare zitti. Il silenzio, per noi, non è un’opzione.
Quindi urliamo. Anche se dovesse sentirci solo una stanza vuota. Qualcuno disse: “tanto vale provarci comunque.” E noi, ci proviamo.

“Silenzio” è un invito a non restare zitti: che ruolo gioca la vostra voce nel panorama musicale attuale?
Non abbiamo l’ambizione di essere i portavoce di niente, ma ci impegniamo perché la nostra voce arrivi.
Se anche solo un piccolo gruppo di persone ascoltasse “Silenzio” e si sentisse meno solo, per noi sarebbe già una vittoria.
Forse siamo solo una goccia nell’oceano, ma ogni cambiamento inizia da qualcosa di piccolo. E noi, con le nostre parole, ci siamo.

Pensate che il vostro pubblico colga questa dimensione più “militante” del pezzo?
Non ci siamo mai dichiarati attivisti, né facciamo militanza politica. Ma siamo in costante evoluzione. Se le nostre canzoni riescono a far emergere una riflessione collettiva, anche solo in parte, siamo felici.
Noi raccontiamo quello che ci brucia dentro, cercando di trasformarlo in qualcosa di condivisibile. Se questo diventa una bandiera per altri, ben venga. È un segno che quel messaggio ha trovato casa.

Chiara Stanzani

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