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LaFabbrica: “Dopo tutto sono io” e il coraggio di stare sul confine

Con “Dopo tutto sono io”, LaFabbrica apre un nuovo capitolo fatto di consapevolezze, fragilità e passaggi interiori. Il brano esplora il sottile equilibrio tra ciò che siamo e ciò che lasciamo andare, tra l’urgenza di comunicare e la distanza che spesso si crea anche nelle relazioni più profonde. Un viaggio emotivo che si muove sul confine – tra persone, tra pensieri, tra passato e futuro – raccontato con arrangiamenti essenziali, capaci di amplificare il non detto. In questa intervista, la band riflette sull’evoluzione della propria scrittura, sulla centralità del silenzio nella composizione e sul significato di questo singolo all’interno del nuovo percorso discografico.

Come si è evoluta la scrittura di “Dopo tutto sono io” rispetto ai vostri lavori precedenti?
Siamo partiti dal nucleo embrionale già abbastanza definito ed abbiamo lasciato che il brano crescesse in modo organico, seguendo le risonanze emotive di ognuno di noi. Forse quello che lo rende diverso è il senso di consapevolezza, con ‘Dopo tutto sono io’ ci siamo concessi di scavare ancora più a fondo, lasciando spazio a fragilità e sfumature che in passato magari avremmo tenuto più sotto controllo. È stato un processo collettivo, ma molto intimo al tempo stesso.

Avete parlato di un “confine” tra persone e pensieri: come avete reso questa sensazione anche attraverso gli arrangiamenti?
A livello di arrangiamento abbiamo lavorato cercando di creare uno spazio sonoro che rispecchiasse la fragilità e l’esposizione emotiva del testo. L’idea era di accompagnare il racconto senza sovraccaricarlo, mettendo a nudo i pensieri e le debolezze che emergono nei versi. Alcune scelte, come l’uso delle chitarre, ci sono servite a evocare la dimensione del ricordo, qualcosa che riaffiora con delicatezza ma anche con forza narrativa. I momenti più intensi sono stati sottolineati in modo da enfatizzare i passaggi chiave e far sentire chi ascolta immerso dentro quel confine emotivo di cui parliamo.

In studio, c’è stato un momento in cui il brano ha preso una direzione inaspettata?
Si, in alcuni momenti avevamo iniziato a esplorare un arrangiamento più etereo, che metteva in risalto la parte più intima e sospesa del brano. Confrontandoci però è emersa con forza l’esigenza di dare al pezzo un respiro diverso, più legato all’idea di rinascita e slancio. Alla fine, abbiamo lasciato indietro le soluzioni più rarefatte ed indirizzato il lavoro verso una struttura che potesse restituire meglio l’evoluzione emotiva del testo.

Quanto contano il silenzio e lo spazio vuoto nella vostra musica, soprattutto in un pezzo così sospeso?
Nel tempo abbiamo compreso che silenzio e spazio vuoto non sono assenze, ma elementi attivi della scrittura. Abbiamo imparato che la musica ha bisogno di respirare e che alcuni vuoti servono proprio a dare profondità, ad accendere l’ascolto. In un brano sospeso come questo, abbiamo cercato di valorizzare quei momenti di sottrazione, in cui la tensione emotiva si regge anche su ciò che resta oltre a ciò che viene suonato.

Pensate che questo singolo anticipi un nuovo capitolo discografico o nasce come episodio a sé stante?
In realtà crediamo sia l’intero disco a segnare per noi l’inizio di un nuovo capitolo. Dopo tutto sono io ha un ruolo particolare all’interno di questo percorso, è un momento a sé nel flusso del disco grazie alla sua unicità. Rappresenta una delle diverse direzioni sonore ed emotive che abbiamo voluto esplorare in questo lavoro.

Chiara Stanzani

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