I cittadini romeni sono tornati alle urne per la seconda volta nel giro di un anno, dopo che l’annullamento del precedente voto aveva gettato la Romania – Paese membro dell’Unione Europea e della NATO – nella più grave crisi politica degli ultimi decenni. A dominare questa tornata elettorale è George Simion, leader del partito ultraconservatore e filorusso AUR (Alleanza per l’Unione dei Romeni), che con il 40% circa delle preferenze, a scrutinio quasi concluso, conquista il primo posto, confermando le previsioni dei sondaggi. Simion ha ereditato l’eredità politica di Calin Georgescu, vincitore delle contestate elezioni di novembre poi annullate per irregolarità e sospette interferenze russe. Georgescu, ora sotto inchiesta, non è stato riammesso alla competizione, provocando proteste popolari e critiche da parte di Mosca, Elon Musk e del vice presidente statunitense JD Vance.
Il fronte filo-occidentale si presenta frammentato. Crin Antonescu, candidato della coalizione di governo, si ferma poco sopra il 20%, superato di misura da Nicușor Dan, sindaco indipendente di Bucarest, che dovrebbe accedere al ballottaggio del 18 maggio. L’ex premier Victor Ponta, anche lui indipendente ma su posizioni nazionaliste, raccoglie circa il 14,6%.
Il clima nel Paese è segnato da un forte sentimento anti-establishment, alimentato dall’inflazione, dalla sfiducia verso le istituzioni e da un’economia stagnante. Una miscela che ha favorito l’ascesa di Simion, protagonista di una campagna marcatamente populista e contraria all’establishment euroatlantico. “Oggi il popolo rumeno ha parlato! È ora di farsi sentire!”, ha dichiarato in un video diffuso sui social.
Nel giorno del voto, Simion si è presentato a un seggio di Bucarest accompagnato proprio da Georgescu: “Siamo qui con una sola missione: il ritorno all’ordine costituzionale, il ritorno alla democrazia”, ha detto il leader di AUR, mentre Georgescu ha definito il nuovo voto “una frode orchestrata dal sistema”. La Romania si prepara così a un ballottaggio altamente polarizzato, con uno scontro frontale tra chi guarda a Bruxelles e chi strizza l’occhio al Cremlino di Vladimir Putin.
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