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Raúl Castro in punto di morte? Cuba davanti alle 72 ore più drammatiche della sua storia recente

Raúl Castro sarebbe in punto di morte. Le indiscrezioni sulle condizioni dell’ex presidente cubano, 95 anni, descrivono un quadro estremamente grave dopo un presunto accidente cerebrovascolare. Al momento, però, L’Avana non ha confermato ufficialmente né la morte né il quadro clinico. È una distinzione fondamentale, ma non riduce la portata politica di ciò che potrebbe accadere se le notizie sulla sua agonia dovessero essere confermate.

Per Cuba potrebbe essere l’inizio della fase più delicata dell’era post-Fidel.

Raúl Castro non è più formalmente il capo dello Stato e non guida più direttamente il governo, ma per decenni è stato una delle figure centrali del potere cubano, soprattutto per il suo rapporto con le Forze Armate Rivoluzionarie e con l’apparato del Partito Comunista. La sua eventuale morte eliminerebbe quindi l’ultimo grande protagonista della famiglia Castro ancora capace di rappresentare fisicamente la continuità tra la Rivoluzione del 1959 e il sistema attuale.

Ed è proprio questo il punto.

Se Raúl è davvero in punto di morte, Cuba potrebbe trovarsi davanti a un passaggio storico che va ben oltre un funerale di Stato.

Le prime ore: l’Avana chiude i ranghi

Se arrivasse la conferma ufficiale della morte, la prima reazione del governo sarebbe probabilmente quella di blindare la comunicazione.

Miguel Díaz-Canel dovrebbe apparire immediatamente come il garante della continuità dello Stato. Il Partito Comunista dovrebbe dimostrare compattezza. Le Forze Armate dovrebbero far capire senza ambiguità che la catena di comando è intatta.

L’obiettivo sarebbe uno solo: impedire che la morte di Raúl venga interpretata come l’inizio della fine del regime.

Il governo potrebbe proclamare il lutto nazionale, organizzare funerali solenni e trasformare l’ultimo Castro in un simbolo della Rivoluzione.

Ma dietro la retorica ufficiale comincerebbe una partita molto più concreta.

Chi controlla il potere?

Chi controlla l’esercito?

Chi garantisce la sicurezza?

E soprattutto: chi può garantire che il sistema sopravviva senza un Castro?

Díaz-Canel davanti alla prova più difficile

Miguel Díaz-Canel avrebbe probabilmente il compito più difficile della sua carriera politica.

Non gli basterebbe essere formalmente presidente. Dovrebbe dimostrare di essere il vero centro dell’autorità politica cubana.

La morte di Fidel non provocò una crisi di successione perché Raúl era ancora vivo e garantiva continuità. Questa volta sarebbe diverso.

Con Raúl morto, la famiglia Castro uscirebbe definitivamente dal vertice della storia cubana.

Díaz-Canel dovrebbe quindi dimostrare che il sistema è diventato abbastanza forte da funzionare senza i suoi fondatori.

E la prova arriverebbe in un momento terribile.

Cuba è già alle prese con una crisi economica ed energetica profonda. Blackout, carenza di carburante, difficoltà nella distribuzione dei beni essenziali e crescente malcontento hanno già prodotto proteste.

In queste condizioni, la morte di un leader storico potrebbe diventare un detonatore.

Il secondo giorno: la piazza potrebbe diventare decisiva

Le prime 24 ore potrebbero essere relativamente calme.

Il secondo giorno sarebbe molto più delicato.

Basterebbe un blackout prolungato, una nuova carenza di carburante o una difficoltà nella distribuzione degli alimenti per trasformare il malcontento in protesta.

La popolazione potrebbe scendere in strada non soltanto per contestare una misura del governo, ma per chiedere un cambiamento radicale.

Ed è qui che si troverebbe davanti alla prova più difficile anche l’apparato di sicurezza.

Reprimere le proteste significherebbe rischiare di incendiare ulteriormente la situazione. Non reprimerle significherebbe rischiare di perdere il controllo delle piazze.

È un dilemma che ogni regime in crisi teme.

Ma la vera partita sarebbe nelle caserme

La piazza sarebbe importante.

L’esercito sarebbe decisivo.

Raúl Castro ha trascorso una parte enorme della sua vita alla guida delle Forze Armate Rivoluzionarie. Il suo peso storico all’interno dell’apparato militare è quindi molto superiore a quello che suggerirebbe il suo ruolo istituzionale attuale.

Per questo, nelle ore successive alla sua morte, il mondo guarderebbe soprattutto alle FAR.

Se i vertici militari confermassero piena fedeltà a Díaz-Canel, il governo avrebbe probabilmente la forza necessaria per superare la crisi.

Se invece emergessero divisioni, esitazioni o contrasti tra Partito, governo, militari e apparati di sicurezza, allora la situazione potrebbe cambiare radicalmente.

Non servirebbe necessariamente un golpe.

Potrebbe iniziare una resa dei conti interna.

Tre scenari per Cuba

Il primo scenario è quello della continuità.

Díaz-Canel rimane al suo posto, il Partito Comunista mantiene il controllo, l’esercito garantisce l’ordine e Raúl viene celebrato come l’ultimo grande protagonista della Rivoluzione.

È probabilmente lo scenario più immediato.

Il secondo scenario è quello della successione interna.

Il regime sopravvive, ma iniziano manovre e trattative per ridisegnare gli equilibri del potere. Díaz-Canel potrebbe restare formalmente presidente mentre altre componenti dell’apparato acquisiscono maggiore influenza.

Il terzo scenario è quello che potrebbe trasformare la morte di Raúl in un evento storico di portata enorme.

Proteste di massa, crisi energetica e spaccatura dell’apparato di sicurezza.

Se questi tre elementi si verificassero contemporaneamente, il governo potrebbe trovarsi davanti alla più grave minaccia alla propria sopravvivenza dagli anni della Rivoluzione.

Washington osserva

Gli Stati Uniti seguirebbero ogni movimento dell’Avana.

La Casa Bianca avrebbe un interesse evidente: capire se il sistema cubano è ancora compatto oppure se, dietro la facciata dell’unità, stanno emergendo fratture.

Washington potrebbe aumentare la pressione diplomatica e politica, ma nelle prime ore la questione fondamentale sarebbe capire con chi parlare.

Díaz-Canel?

I militari?

Il Partito?

Una nuova leadership?

Oppure eventuali figure emergenti dentro lo stesso apparato?

La partita sarebbe soprattutto politica.

La fine dell’era Castro

Ecco perché la possibile agonia di Raúl Castro assume un significato enorme.

Non sarebbe soltanto la morte di un uomo di 95 anni.

Sarebbe la fine fisica dell’ultima generazione che ha costruito e difeso il sistema nato dalla Rivoluzione cubana.

Fidel è morto nel 2016.

Raúl potrebbe essere l’ultimo ponte vivente con quella stagione.

E quando quel ponte verrà meno, Cuba dovrà dimostrare se il sistema può camminare sulle proprie gambe.

È questa la vera domanda.

Non se Díaz-Canel resterà presidente il giorno dopo.

Non se ci saranno funerali di Stato.

Non se l’esercito occuperà le strade.

La domanda è molto più profonda:

quanto è realmente forte il regime cubano quando non esiste più un Castro al quale guardare?

Se Raúl è davvero in punto di morte, come sostengono le indiscrezioni circolate nelle ultime ore, Cuba potrebbe essere già entrata in quella fase.

La Rivoluzione potrebbe non crollare domani.

Potrebbe non crollare neppure quest’anno.

Ma con la scomparsa di Raúl inizierebbe inevitabilmente una nuova epoca.

Per la prima volta dal 1959, Cuba sarebbe completamente post-Castro.

E le prime 72 ore potrebbero dire al mondo se quel sistema è ancora una fortezza oppure soltanto una struttura che attendeva la morte del suo ultimo grande custode per mostrare tutte le sue crepe.

Redazione

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