Il Professor Marianelli, candidato Rettore per il sessennio 2025-2031, ha rilasciato al nostro Direttore un’intervista esclusiva e ricca di spunti in occasione del Primo Maggio, nella quale ha delineato la sua visione per il futuro dell’Università degli Studi di Perugia. Attorno alla sua figura si sta consolidando un consenso trasversale e sempre più ampio, che riconosce nella sua pacatezza, nella profonda conoscenza del mondo accademico, nella capacità di ascolto e nella propensione al dialogo, qualità essenziali per guidare l’Ateneo in un tempo di grandi trasformazioni. Un candidato che unisce, valorizza tutte le componenti dell’università e propone soluzioni concrete, condivise e realizzabili. A partire dal rapporto tra lavoro e università, tema cardine del Primo Maggio, prende avvio questo confronto diretto.
Lavoro e Università: primo maggio, quali riflessioni può condividere con noi attorno alla natura del lavoro e con riferimento all’Università?
Il lavoro è l’applicazione di energia per raggiungere obiettivi e rappresenta uno dei fattori che più influenza la piena realizzazione e l’autodeterminazione delle persone in una dimensione essenzialmente relazionale, come già sostenevano i Greci. L’università è il luogo naturale di questo intreccio tra realizzazione personale e relazioni comunitarie ed è importante sottolineare che esso si configura come spazio di collaborazione tra studenti, docenti e personale tecnico, amministrativo, bibliotecario e collaboratori ed esperti linguistici.
Oggi più che mai l’università deve mantenere viva questa vocazione, ponendo al centro la cura degli spazi e la sicurezza degli ambienti di lavoro, la qualità della didattica e della ricerca, la scelta di un modello organizzativo che sappia riconoscere bisogni differenti e sia funzionale anche a far emergere motivazione e soddisfazione per il contributo che ciascuno può portare alla comunità universitaria. Il dialogo con le istituzioni locali su questi temi è cruciale per assicurare ambienti di lavoro, di studio e di ricerca adeguati e sostenere il posizionamento nelle classifiche internazionali. “Mantenere e riqualificare” gli edifici, rispettando un equilibrio tra modernità e storia, significa investire sul benessere accademico, sulla salute delle persone e sullo sviluppo del territorio.
Gli studenti, protagonisti del proprio percorso di formazione, devono essere educati non solo rispetto all’acquisizione di contenuti, ma anche in relazione allo sviluppo del pensiero critico. L’università non è un semplice “serbatoio di lavoratori”, ma una fucina di persone capaci di orientare la società. In un’epoca segnata da trasformazioni tecnologiche rapide, questa funzione è ancora più essenziale. Oggi più che mai, l’Università deve rafforzare il suo ruolo di connessione tra studenti e mondo del lavoro, in un contesto dove le professioni cambiano rapidamente e i giovani hanno un approccio diverso al lavoro, più attento al senso, alla flessibilità e alla sostenibilità. L’aspetto economico è importante, ma non è l’unica motivazione: i giovani cercano anche sviluppo personale, senso critico e capacità di gestire la complessità. L’Ateneo deve rispondere a queste attese con percorsi mirati, corsi di specializzazione e un forte impegno nella costruzione di competenze spendibili, creando un “ponte” reale tra formazione e società.
È poi fondamentale valorizzare tutti i percorsi formativi, specialmente i dottorati e riconoscere l’importante contributo del personale tecnico, amministrativo, bibliotecario e dei collaboratori ed esperti linguistici, attraverso sviluppi di crescita professionale, miglioramenti contrattuali, riconoscimento di competenze e investimenti concreti anche in termini di piani di welfare. Parallelamente, per il corpo docente e i ricercatori è necessario prevedere una programmazione strategica di reclutamento, sostenuta da un bilancio preventivo partecipato, con priorità condivise e nuove assunzioni.
Infine, l’intera comunità accademica – e sono felice di ricordarlo proprio oggi – deve fondarsi sul “valore dei valori”: la qualità delle relazioni umane, essenziale per garantire benessere diffuso e sostenibilità al “nostro tempo”.
Professore Marianelli, la sua candidatura ha già suscitato molto interesse nella comunità accademica. Da dove nasce la sua decisione di candidarsi a Rettore?
La mia decisione di candidarmi nasce da un percorso lungo e profondo all’interno del nostro Ateneo, dove ho ricoperto diversi ruoli di responsabilità, dalla Delega per la Didattica alla Presidenza del Presidio di Qualità di Ateneo, fino alla Direzione di Dipartimento e alla partecipazione al Senato Accademico. Tuttavia, il vero impulso è venuto dalle persone: colleghe, colleghi, studenti, personale tecnico e amministrativo, bibliotecario e collaboratori ed esperti linguistici che, negli anni, mi hanno manifestato fiducia, incoraggiandomi a mettere a disposizione della comunità l’esperienza maturata. La mia candidatura intende essere un gesto di servizio e di “restituzione”: un “noi” che mette al centro la cura dell’Università come comunità viva, capace di integrare saperi, relazioni e futuro.
La sua figura è spesso descritta come quella di un “pontiere”, capace di unire anime diverse del nostro Ateneo. Che tipo di dialogo vuole costruire con i docenti, il personale tecnico, amministrativo, bibliotecario e collaboratori ed esperti linguistici e gli studenti?
La mia campagna elettorale è tutta costruita sull’Ascolto. Fin dall’inizio ho voluto ascoltare, personalmente, quante più persone possibile e intendo procedere in questa maniera anche dopo. Ascoltare significa condividere con i tanti che in diverse forme mi hanno restituito questa possibilità di partecipazione reciproca finalizzata a progettare e programmare per il bene dell’Ateneo. Su queste basi e da questo scambio ho elaborato la definizione di una Visione che insieme siamo chiamati a rendere viva, valorizzando la specificità di tutti i Dipartimenti. Il dialogo che intendo costruire sarà basato, dunque, sull’ascolto profondo di tutti gli interlocutori, la partecipazione attiva e la programmazione condivisa. Desidero che docenti, studenti e personale tecnico, amministrativo, bibliotecario, collaboratori ed esperti linguistici si sentano parte di un’unica comunità capace di co-progettare il “nostro tempo”. Solo creando spazi reali di confronto e collaborazione possiamo rafforzare il senso di appartenenza e dare valore a tutte le energie che animano la nostra Università. “Costruire ponti”, per venire alla sua domanda, è certamente un compito “alto” cui aspiro, ma non da solo, con l’aiuto di tutte/i.
Nel suo programma si parla di un Ateneo “più forte, aperto e innovativo”. Quali sono le azioni concrete che intende mettere in campo nei primi mesi, se eletto?
Nei primi mesi, mi impegnerò a promuovere momenti di confronto diffuso nei Dipartimenti, veri e propri “Stati Generali”. Contestualmente, avvieremo un Bilancio Partecipato che renda trasparente e condiviso l’uso delle risorse, destinandole in modo strategico a sostegno di ricerca, didattica e welfare. Interverremo subito per rafforzare i servizi bibliotecari, già oggi in sofferenza, e daremo impulso al potenziamento dell’internazionalizzazione. Prioritario sarà anche snellire le procedure amministrative e progettare percorsi di innovazione tecnologica al servizio di tutti. Partirà anche il progetto Alumni: rilancio della rete ex studenti per networking, eventuale fundraising e sostegno ai progetti dell’Ateneo. Inoltre, sempre per unire ascolto e partecipazione, intendo organizzare incontri programmati nei Dipartimenti e attivare dei tavoli permanenti con rappresentanze studentesche e del personale tecnico, amministrativo, bibliotecario, collaboratori ed esperti linguistici.
La ricerca scientifica è uno dei pilastri su cui ha costruito la sua visione per l’Ateneo. In che modo intende sostenerla, valorizzando sia le eccellenze esistenti che i giovani ricercatori?
La ricerca è la linfa vitale dell’Università. Intendo sostenere le eccellenze già presenti incentivando la progettazione internazionale e nazionale, migliorando i servizi di supporto ai ricercatori, semplificando i processi amministrativi. Parallelamente, voglio creare nuove opportunità per i giovani, sia attraverso bandi mirati che attraverso la definizione di criteri chiari e condivisi per la progressione accademica. L’obiettivo è valorizzare la ricerca di base e interdisciplinare, rafforzare la libertà scientifica e stimolare un ambiente di crescita continua e di innovazione responsabile. Credo fortemente nella ricerca libera, non vincolata da logiche di mercato, capace di porre domande radicali e di generare sapere per il bene comune: una funzione essenziale, oggi più che mai, per affrontare le sfide complesse del nostro tempo.
Negli ultimi anni si è parlato molto di internazionalizzazione. Cosa significa per lei rendere l’Università di Perugia davvero internazionale?
Rendere l’Università di Perugia davvero internazionale significa costruire una rete solida di relazioni accademiche, culturali e scientifiche a livello globale, che sia trasversale a tutte le missioni dell’Ateneo. Significa sostenere la mobilità degli studenti e dei docenti, sviluppare programmi congiunti come l’Erasmus Mundus, partecipare a progetti di ricerca europei e promuovere una cultura accademica aperta all’interculturalità. Internazionalizzare vuol dire anche rafforzare la nostra identità locale, diventando protagonisti nel mondo proprio partendo dal nostro radicamento culturale.
Il nuovo regolamento elettorale ha dato maggiore peso al personale tecnico-amministrativo. Come interpreterà questo nuovo equilibrio all’interno della governance universitaria?
Interpreto questo nuovo equilibrio come una straordinaria opportunità. Il personale tecnico-amministrativo, bibliotecario e collaboratori ed esperti linguistici rappresenta una risorsa essenziale per la vita dell’Ateneo. La mia idea di gestione è inclusiva: ogni categoria, con la propria specificità, concorre al successo dell’Università questo deve tradursi anche in una maggiore rappresentanza negli organi di governo, dove possibile. Il mio impegno sarà garantire una partecipazione attiva del personale tecnico, amministrativo, bibliotecario e collaboratori ed esperti linguistici nei processi decisionali, favorendo percorsi di crescita professionale, riconoscimento del merito e corresponsabilità nella costruzione del futuro dell’Ateneo.
Lei ha parlato spesso dell’importanza di rispettare la storia dell’Ateneo. Come coniuga questa attenzione con la volontà di rinnovamento?
La storia non è un ostacolo al cambiamento. Al contrario, solo conoscendo il passato diventa possibile progettare il futuro. La nostra storia è una forza viva che ci richiama ai valori della libertà di ricerca, del servizio pubblico e dell’autonomia. Innovare significa partire da questi principi per proiettarli nel “nostro tempo”: accettare le sfide della digitalizzazione, della sostenibilità, della multiculturalità, mantenendo fede a ciò che ha sempre reso grande l’Università di Perugia. È un rinnovamento nella continuità, non nella rottura.
In un momento storico segnato dall’avanzamento delle tecnologie intelligenti, quale ruolo immagina per l’intelligenza artificiale all’interno dell’Università di Perugia?
Immagino un’Università che sappia essere dinamica e radicata, capace di rispondere alle sfide del mondo digitale e globale senza smarrire la sua missione formativa e critica. Un luogo dove convivono l’innovazione tecnologica e la formazione del pensiero critico; un Ateneo che forma persone capaci di orientare e reinterpretare il cambiamento, non semplici esecutori. L’università dei prossimi sei anni sarà un laboratorio di ricerca interdisciplinare, di relazioni umane, di cultura condivisa e di impegno per la società. L’intelligenza artificiale rappresenta una delle sfide più significative e promettenti per il mondo accademico. La mia visione è chiara: non c’è da inseguire l’IA come moda del momento, l’IA è una realtà che pervaderà tutti gli ambiti, modificando profondamente stili di vita e per questo occorre integrarla, nel nostro caso, con consapevolezza in tutte le missioni dell’Ateneo – dalla didattica alla ricerca, fino ai processi amministrativi. Di più, occorre dirigerla, perché il suo utilizzo sia al servizio dell’umano, consapevoli delle sue potenzialità. Consapevolezza, implica ricerca. Per questo motivo, prevedo la nomina di una figura specifica, un Delegato all’Intelligenza Artificiale, che coordini strategie, sperimentazioni e riflessioni etiche, insieme a un gruppo interdisciplinare. L’IA sarà uno strumento per migliorare l’efficienza, semplificare i processi ripetitivi, supportare l’analisi predittiva e potenziare i servizi per studenti, ricercatori e personale. Certamente, come anticipato, l’IA modificherà il lavoro nella nostra istituzione e più in generale richiederà una formazione adeguata ai nuovi scenari: in questo senso anche gli obiettivi formativi dei nostri corsi potranno subire importanti modifiche, con riferimento ai cambiamenti imposti dal suo avvento. Più che definire profili professionali specialistici, dovremo pensare la formazione specialistica insieme alla valorizzazione del sapere critico: ciò che l’IA non può sostituire è la scelta dei dati che vengono messi apriori e la direzione dei processi cui seguono applicazioni specifiche: quell’orientamento necessita di competenze e conoscenze ma soprattutto di sapere critico, detto in altre parole “imparare a pensare prima di applicare” (paradossalmente l’IA invita a tornare a pensare l’Università per quel fine cui dalle origini è chiamata, centro degli studi umani, studi per l’uomo): la nostra Università è un luogo in cui le tecnologie vengono comprese e orientate al bene comune, e per farlo bisogna tenere insieme innovazione tecnologica, da cui segue il progresso, e sapere critico che ne orienta il fine: la crescita di un senso di umanità, l’attenzione alla valorizzazione della dignità umana e alla crescita di una sapere condiviso in una comunità scientifica attenta al cambiamento.
La competizione elettorale è serrata. Cosa pensa distingua la sua candidatura rispetto a quelle degli altri colleghi?
Entrare in “dialettica” con i colleghi candidati, nel senso di una contrapposizione, non è il mio stile, quello che propongo è un metodo e una visione: non propongo un progetto individuale, ma un percorso costruito insieme alla comunità. Non offro soluzioni calate dall’alto, ma l’impegno a costruirle in modo partecipato e trasparente, partendo dalle esigenze reali dei Dipartimenti e delle persone, dalla quotidianità, talvolta difficile che siamo chiamati ad affrontare. La mia proposta mette al centro la cura delle relazioni, il rafforzamento della comunità e una gestione aperta, al servizio dell’Università tutta e non di singoli interessi.
Infine, che messaggio vuole lasciare oggi alla comunità universitaria di Perugia?
Vorrei lasciare un messaggio di fiducia e di impegno condiviso. Siamo chiamati oggi, insieme, a custodire e rinnovare la nostra Università facendo della cura delle persone, della valorizzazione dei saperi e della promozione della ricerca i cardini del “nostro tempo”. Vorrei pertanto lasciare una università con una identità forte che nasce dalla Visione che i singoli Dipartimenti sapranno restituire valorizzando le proprie specificità per la Didattica, ricerca e terza missione, integrandola con una Visione più ampia che, insieme potremo dare a Unipg, rispondendo alla nostra vocazione specifica e al radicamento della nostra istituzione nel territorio locale, nazionale per aprirci alla comunità scientifica internazionali, forti di tale identità. Chiedo a tutte e tutti di camminare insieme: ascoltandoci, partecipando, programmando e sognando un’Università che sia davvero luogo di incontro, crescita e speranza. L’Università che vogliamo è possibile: costruirla è il nostro compito comune. Con il prossimo Rettorato l’Università degli Studi di Perugia celebrerà 720 anni di storia, e in questo contesto, per riprendere la Sua domanda precedente, il mio ruolo sarà quello di essere un “tra”, un ponte che connette il nostro passato accademico con le esigenze del nostro tempo.
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