C’è un male antico che serpeggia nel tessuto sociale ed economico del nostro Paese, un’inclinazione profonda e radicata alla divisione. Una mentalità che oppone, separa, erige muri invece di costruire ponti. È la logica del “tu o io”, dello scontro per la minima visibilità, della frammentazione in micro-interessi, in piccoli feudi che si contendono spazi invece di condividerli. Questo atteggiamento non solo rallenta lo sviluppo, ma mina alla base ogni possibilità di crescita strutturata e duratura.
Accade in ogni ambito. Nelle dinamiche istituzionali, nelle realtà associative, nelle imprese, negli ambienti professionali. Il veto incrociato, la diffidenza, la corsa a ostacolare piuttosto che a proporre, finiscono per disgregare più che costruire. È un sistema che anziché stimolare il merito, lo disperde. Che non valorizza il talento, ma lo isola. Che premia la fedeltà al gruppo più che la qualità del contributo. Una zavorra culturale che ci trattiene, quando avremmo invece tutte le risorse per correre.
L’Italia ha una straordinaria ricchezza umana, professionale e creativa. Ma troppe volte queste risorse non dialogano, non si uniscono, non fanno sistema. Il risultato è un Paese che eccelle a macchia di leopardo, che produce eccellenze individuali spesso lasciate sole o costrette a emigrare, anziché generare un circuito virtuoso collettivo.
La soluzione, tuttavia, è chiara e concreta: smettere di guardarsi in cagnesco e cominciare a collaborare. Passare dalla frammentazione alla sinergia. Superare la logica delle “bande” e dei “territori da difendere” e riconoscere che, in un mondo complesso e interconnesso, o si vince insieme o si perde tutti.
Serve una nuova cultura del rispetto reciproco, della costruzione condivisa, del riconoscimento del valore altrui. Una cultura che sappia premiare chi lavora bene senza innescare competizioni sterili, che punti sull’eccellenza senza escludere, che abbia il coraggio di mettere insieme il meglio – senza temere il confronto, ma anzi traendone forza.
È questo, in fondo, il bivio davanti a noi: continuare a dividerci per piccoli tornaconti o costruire insieme un progetto più grande. Non è questione di ideologie né di appartenenze, ma di visione. Perché un Paese che litiga con sé stesso è destinato a indebolirsi. Un Paese che coopera, invece, può diventare un modello.
Dovremmo chiederci: è questo il modello di Italia che vogliamo per noi e per i nostri figli? Se la risposta è no, allora è il momento di cambiare rotta. Insieme.
Annotazione. In foto il nostro editore e direttore Antonio Nesci, che ha espresso una delle sue rare considerazioni e riflessioni, condivisa con la redazione.
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