Puglia

Dazi: conto salato per le province italiane

Taranto. I dazi imposti dagli Usa metterebbero a rischio il settore agroalimentare di una provincia italiana su cinque.

Nell’area Due Mari Taranto-Brindisi, territorio per la verità meno colpito rispetto a molti altri su scala nazionale, il quadro relativo al 2024 parla della provincia di Taranto con una percentuale di export agroalimentare verso gli Usa pari a circa 2 punti con in ballo più di 2 milioni di euro di valore monetario.

In provincia di Brindisi, invece, la percentuale tocca addirittura l’11%, per circa 20 milioni di euro di valore di prodotti agroalimentari. Su tutti, si parla di vino e bevande alcoliche, ortofrutta, prodotti da forno e farinacei, olio extravergine d’oliva, condimenti e spezie, prodotti lattiero caseari e carni lavorate e trasformate.

«I dazi al 20% voluti da Trump rischiano di colpire indistintamente tutti i nostri prodotti, a partire dall’agroalimentare made in Italia – ha riferito il presidente CIA Due Mari Pietro De Padova, tracciando le linee guida d’intervento per il prossimo futuro – Siamo preoccupati per la Puglia e in particolare per le nostre province di Taranto e Brindisi e d’intesa con il presidente di CIA Nazionale Cristiano Fini riteniamo serva una risposta ferma e immediata dell’Europa. Bisogna farsi sentire con una voce unica e forte per aprire una trattativa e scongiurare guerre commerciali».

Su scala nazionale, la più esposta nella classifica che guarda ai valori assoluti dell’export è la provincia di Salerno con 518 milioni, suddivisi soprattutto in ortofrutta lavorata e conserve di pomodoro, oltre a zucchero, cacao e condimenti vari. Segue Milano, con 422 milioni di spedizioni verso gli Stati Uniti, che vedono in primo piano le bevande alcoliche da aperitivo. Cuneo è, invece, regina dell’export di vini con quasi 400 milioni di euro venduti negli Usa dalle cantine dell’Albese, delle Langhe e del Roero (Barolo e Barbaresco, in primis). Poco fuori dal triste podio il trevigiano con il prosecco delle colline di Valdobbiadene (355 milioni) e la Food Valley di Parma, 306 milioni, nella quale i dazi colpiranno soprattutto i Consorzi di Parmigiano e Prosciutto e le conserve di pomodoro.

C’è, poi, il confronto sui valori percentuali, con un quadro ugualmente allarmante, che mette in risalto le province più vulnerabili, perché tanto dipendenti dall’export verso gli Stati Uniti. Se Grosseto, infatti, esporta negli Usa 236 milioni di olio d’oliva, preoccupa ancor di più che queste spedizioni rappresentino il 71% di tutte le vendite agroalimentari della provincia verso l’estero.

Senza contare che “anche con un valore inferiore ai 100 milioni di export, sono tante le province piccole e rurali per le quali l’impatto sull’economia locale sarebbe maggiore rispetto ai territori più ricchi, che riescono a diversificare i loro sbocchi commerciali”, ricorda il presidente nazionale Cia, Cristiano Fini.

Cia valuta particolarmente fragili le situazioni di Nuoro e Sassari, che destinano al mercato statunitense il 65% di tutta la loro produzione agroalimentare, soprattutto quel Pecorino romano prodotto per il 90% in Sardegna utilizzato oltreoceano dall’industria alimentare per aromatizzare patatine in busta e altri snack. “Se il prezzo del Pecorino romano non sarà più competitivo, verrà probabilmente sostituito da altri formaggi di pecora americani -evidenzia Fini- determinando un crollo per l’economia delle province dell’isola che si regge su quella filiera. A preoccupare sarà il prezzo del latte, che potrà subire contraccolpi immediati”.

Tra le province più esposte, fuori dal territorio sardo, ci sono anche Catanzaro, dove il mercato Usa assorbe il 42% della produzione agroalimentare provinciale (ortofrutta lavorata, marmellate e conserve di pomodoro), Siena (vino e olio d’oliva) con il 34% e Roma (vino, olio d’oliva e di semi) con il 33%.

Franco Gigante

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