Riceviamo e pubblichiamo integralmente questa nota
Carissimi,
Vi scrivo con la speranza che possiate dare voce a una storia di ingegno, necessità e, purtroppo, profonda delusione.
Sono un fotografo e, quando la mia compagna Tiziana è stata colpita da un ictus che le ha tolto l’uso della mano destra, mi sono trovato di fronte a una realtà inaccettabile: per chi ha una disabilità come la sua, non esistono accessori che permettano di continuare a fotografare con la stessa passione di sempre. Il mondo della tecnologia, così avanzato in mille direzioni, sembra cieco davanti a un’esigenza tanto semplice quanto fondamentale per chi ama l’arte della fotografia.
Dopo anni di ricerche senza risultati e richieste cadute nel vuoto, ho deciso di agire da solo. Ho progettato e realizzato una staffa che, con un semplice telecomando e una fascia di supporto, permette di utilizzare una fotocamera con una sola mano. Una soluzione immediata, pratica, economica.
Eppure, qui arriva la parte più amara: da quattro anni sto cercando di far arrivare questa proposta a produttori, aziende, associazioni di settore, organizzazioni che si riempiono la bocca di parole come inclusione e accessibilità. La risposta? Il silenzio. O, nella migliore delle ipotesi, qualche vaga promessa mai seguita dai fatti.
Ciò che mi sconvolge di più è che il mio caso non è affatto isolato. Quante persone, come Tiziana, hanno perso l’uso di una mano a causa di un ictus? Quanti hanno subito amputazioni per incidenti? Quanti mancini si trovano a dover fare i conti con strumenti progettati solo per destrimani? Eppure, nessuno sembra interessato a colmare questa lacuna.
La mia staffa, realizzata artigianalmente, mi è costata poche decine di euro. Se un’azienda specializzata la producesse in serie, il costo si abbasserebbe ulteriormente, rendendola accessibile a chiunque ne abbia bisogno. E non sarebbe solo un’opportunità economica: sarebbe un segnale fortissimo, una dimostrazione che il settore fotografico non lascia indietro nessuno, che l’accessibilità non è solo uno slogan ma una realtà concreta.
Ma a quanto pare, viviamo in un mondo dove la solidarietà è solo una parola da spendere nei convegni, mentre nella pratica prevale il disinteresse, l’indifferenza, il rifiuto di guardare oltre il proprio orticello.
Vi chiedo dunque: qualcuno avrà il coraggio di raccontare questa storia? Di accendere i riflettori su una battaglia che non riguarda solo Tiziana, ma migliaia di persone? Oppure anche questa mia lettera finirà nel solito muro di gomma, nel solito silenzio?
Sono qui, disponibile a fornire tutti i dettagli tecnici, le immagini, le testimonianze. Basta solo qualcuno che abbia voglia di ascoltare.
Con rabbia, ma anche con speranza,
Roberto Celi